Sud Sudan: Ong, più angeli che demoni

15 Mar 2019 - Dal blog Con-te-sto di Maria Laura Conte

Sono demoni, complici di criminali, quando recuperano migranti che osano annegare puntando sui porti italiani. Anzi no, sono angeli, i buoni, quando precipita l’aereo che avrebbe dovuto portarli sul campo. Quelli che fanno della cooperazione il proprio mestiere ultimamente sono tirati di qua e di là. Al punto che una testata giornalistica  è arrivata a definire le ong come un nuovo partito.

Di certo c’è che la cooperazione è investita da un concorso di fattori che la mobilitano: i nuovi equilibri geopolitici, la globalizzazione e le nuove ‘diseguaglianze’, gli obiettivi di sviluppo sostenibile come nuove categorie per pensare lo sviluppo, il protagonismo della Cina in Africa (con 52 ambasciate supera tutti)… Il punto è capire se tutto ciò chieda solo un aggiornamento o se invece stia implicando lo smarrimento del suo ideale.

Per rispondere andiamo sul campo, in Sud Sudan, paese che secondo i dati Ipc (Integrated Food Security Phase Classification) conta 6,17 milioni di persone, cioè il 54% della popolazione, a rischio di morte per fame.

Episodio 1. Isohe, Sud Sudan meridionale, a pochi km dall’Uganda. Il signor T con un gruppo di persone sta avviando un allevamento di maiali nell’ambito di un progetto Fao che promuove la capacità delle persone di produrre/procurarsi cibo. Però i suoi maiali invadono i terreni coltivati dei vicini e diventano motivo di scontro (e qui, dove la guerra civile è compagna da decenni, i kalashnikof sono a portata di mano più del pane). Un recinto potrebbe risolvere molte cose. Ma a Isohe, villaggio di tukul di fango e tetti di paglia, a 5 ore di jeep dal primo centro cittadino, non è facile procurarsi una rete di metallo. Occorre lavorarci, muoversi cooperanti e beneficiari per arrivare a una soluzione. Attivarsi davanti al bisogno insieme, non aspettare che la risposta – il recinto – cada dal cielo, come i pacchi di riso.

Episodio 2. A Ikotos una scuola temporanea sostenuta da Unicef deve restaurare il recinto per proteggere i bambini da irruzioni di milizie, animali o altro di sgradito. Nell’accordo era previsto che l’Ong procurasse i materiali e il management della scuola si occupasse di far eseguire il lavoro. Ma il recinto dopo mesi ancora in piedi non è. Il responsabile del progetto della Ong  si reca alla scuola, discute con i responsabili, chiarisce che l’aiuto esterno è arrivato, i materiali ci sono, ma serve la manodopera e soprattutto l’impegno della scuola stessa. È nel faccia a faccia franco tra il cooperante e il portavoce della scuola, seduti su sedie di plastica sbiadite dal sole, nello spiazzo di terra battuta, che si rimette al centro la sfida della cooperazione allo sviluppo e si verifica la sensatezza di piani disegnati nelle capitali occidentali: quel banale recinto rende visibile materialmente il confine tra l’assistenzialismo e la cooperazione autentica. Questa avvince il singolo e la sua comunità e provoca a collaborare, a una mossa responsabile, quindi a uno sviluppo con più chance di durare. Tutto il resto è aria.