Stato non brillante dell’Unione digitale

4 Mar 2019 - Dal blog Finestra sull'Europa di Studenti FiSE

Tra i temi principali che il Parlamento europeo si troverà ad affrontare nella prossima legislatura ci sarà senza dubbio l’implementazione dell’Agenda Digitale, il suo impatto sull’economia e l’attuazione capillare in tutti gli Stati membri. Questioni già messe sul tavolo dalla Commissione europea uscente, che nel maggio 2015 lanciò il Mercato Unico Digitale, carnet di strategie e obiettivi per attualizzare il programma Agenda Digitale 2020.

Principale scopo di questa iniziativa è garantire a tutte le imprese, soprattutto le medio-piccole e le start-up, di potersi fare conoscere, vendere i propri prodotti e attivare reti commerciali in tutto il continente tramite la creazione di canali di comunicazione elettronici che superino i vincoli geografici. Accanto alle questioni strettamente economiche, vi sono tematiche più vicine alla quotidianità dei cittadini europei: accesso alla rete libero, sicuro, gratuito e sempre più veloce; tutela della privacy e dei dati sensibili; cyber-sicurezza; tutela del copyright.

A pochi mesi dalle elezioni europee e avvicinandosi il termine della presidenza Juncker, è ora di fare il punto su quanti di questi propositi siano stati effettivamente realizzati. Per misurare ciò, la Commissione ha istituito nel 2014 il Desi (Digital Economy and Society Index), un rapporto annuale che verifica il livello d’attuazione dell’Agenda digitale di tutti gli Stati membri tramite 30 indicatori tematici.

I dati dell’edizione 2018 – l’ultima disponibile – non sono dei più incoraggianti. Per stessa ammissione di Andrus Ansip, vice-presidente della Commissione, responsabile del Mercato Unico Digitale, l’Ue sta facendo progressi, ma non sufficienti ad attuare i programmi proposti e di molto inferiori a quelli fatti nello stesso arco di tempo dai partner nordamericani e dalle tigri asiatiche.

Salta anche agli occhi quanto sia ampio il divario tra i vari Paesi dell’Unione, segno che la politica armonizzatrice più volte evocata stenta a dare i frutti sperati. Se infatti i Paesi scandinavi si confermano leader mondiali nell’area digitale, tante sono le gli Stati con evidenti deficit (non stupisce che l’Italia sia agli ultimi posti anche in questa classifica).

Un altro degli obiettivi largamente disattesi è lo sviluppo digitale delle Pmi: mentre le grandi imprese hanno registrato miglioramenti, soprattutto nell’interazione con clienti e partner tramite social media, le realtà più piccole sono rimaste stazionarie su cifre trascurabili: una su tutte, il misero 17% di aziende che commerciano online, ben lontano dal 33% che in teoria doveva essere raggiunto entro il 2015. Improbabile anche che per il fatidico 2020 si arrivi al 100% di copertura della banda larga, quando, a due anni dalla meta, siamo a malapena all’80%, con forti differenze da Paese a Paese.

Gran parte degli esperti individua una delle cause più importanti del mancato raggiungimento degli obiettivi nella carenza cronica di laureati Stem (scienza e tecnologia, ingegneria e matematica) e di professionisti in tecnologie informatiche.

Le tecnologie digitali diventeranno fondamentali per interagire con l’automazione che caratterizzerà lo sviluppo economico nel futuro prossimo. Per questo è essenziale che la Commissione e il Parlamento della legislatura 2019-2024 inneschino da subito un cambio di passo su questi temi.

Carlo Ricchi