Siria e Iraq, il miraggio del ritorno a casa

6 Set 2018 - Con-te-sto di Maria Laura Conte

Ritorni e ricostruzione: nelle note di chi tratta di Medio Oriente di questi tempi, in particolare di Siria e Iraq, queste due parole tornano incalzanti. Il loro spettro semantico è ampio. Alla lettera suonano positive perché sul finire (?) della guerra dicono degli impegni che attendono i governi, le istituzioni umanitarie, le imprese, le organizzazioni della società civile: favorire il rientro in patria di chi era fuggito e aggiustare case e strade incendiate e bombardate. Ma se ci si spinge appena un po’ di più nel loro spessore, ci si affaccia su un disastro umanitario e ci si perde tra gli attori della complessità geopolitica.

Immedesimiamoci per un istante in un abitante di Qaraqosh, per esempio, cittadina della piana di Ninive a maggioranza cristiana, svuotata dall’arrivo di Isis nel 2014, liberata nel 2017: sono scappato a Erbil, oppure sono volato in Francia o ancora ho attraversato l’oceano per riparare in Canada e Australia. Cosa mi serve per decidere di tornare? Capire quanto è distrutta la mia casa o chi mi può aiutare a rimetterla in piedi? O che lavoro posso fare  per mantenere la mia famiglia? Ma soprattutto mi chiedo: dove sono finiti quelli che avevano occupato il mio soggiorno, si erano accomodati sul mio divano e avevano razziato i miei beni? Quelli che vivevano nei villaggi a poche decine di chilometri e non si erano mossi in mia difesa, anzi, sono ancora là? Quella fragile trama di fiducia reciproca che reggeva il vicinato, posso ritesserla con la stessa tecnicità con cui si restaura un intonaco? Il mio bisogno di sicurezza, chi lo garantisce?

Spostiamoci in Libano, dove “sosta” un numero di siriani che va da 1 milione 150 mila a 1 milione 600 mila. Beirut lancia da anni segnali evidenti di volersene liberare. L’accostamento tra due dichiarazioni pubbliche recenti offre la cornice di quanto il processo del ritorno stenti nella contraddizione. Il 31 agosto scorso Filippo Grandi, Alto commissario Onu per i rifugiati, dopo un incontro con Hariri, ha dichiarato che hanno “esaminato le preoccupazioni dei siriani in materia di ritorno o di non ritorno” e di aver discusso “francamente” con il governo siriano al fine di superare “alcuni degli ostacoli al ritorno”, sia “materiali che legati a documenti e proprietà. Spero procederemo verso una soluzione – ha auspicato – dobbiamo essere molto prudenti, ogni soluzione precipitosa sarà controproducente”.  Soprattutto perché la guerra non è ancora finita, come dimostra Idlib.

Poche settimane fa l’Economist ha dedicato un servizio al tema ritorno, “The long road back”, e riportava alcune parole di Assad: il suo “welcome” e invito ai rifugiati all’estero a tornare,  e al contempo la sua constatazione lapidaria che oggi, a causa della guerra, “Syria has won a healthier and more homogeneous society”. Perché rischiare di perdere questo tessuto più “sano e omogeneo”?.