La retta ‘ambiente sviluppo diritti’

15 Dic 2019 - Con-te-sto di Maria Laura Conte

Prendi una ragazzina di 11 anni e chiedile che cosa le fa più paura. Quando lei risponde nell’ordine il climate change, la morte del nonno e quella del cane, ti trovi a misurare quanto il tema al primo posto, l’ambiente, sia entrato nelle vene delle nuove generazioni, oltre a essere divenuto capace di attrarre l’attenzione dei media (finalmente) e di fondi istituzionali e privati, e di suscitare meeting tecnici e manifestazioni di piazza globali.

Perché si è fatto esigente l’ambiente, con tutti, e chiama a un modo nuovo di lavorare chi ha fatto dello sviluppo il suo campo: chiede di essere riconosciuto come uno degli elementi fondamentali di equilibrio per il nostro mondo. Senza equilibrio non si dà sviluppo.

Con un nota bene: equilibrio non settoriale, nonostante qualcuno ancora si ostini a costruire barriere difensive illudendosi di proteggere aree vergini. Contro queste derive funziona solo un approccio sistemico che si fonda sulla certezza che ambiente, sviluppo, diritti e pace sono interdipendenti. Scivolare nella settorialità è una tentazione fatale per chi è ancora chino solo su risultati immediati. Come per chi considerava la tutela dei diritti umani e della natura in contraddizione con lo sviluppo economico, smentito poi dai dati. E’ dall’agire sistemico che trae vantaggio il singolo settore, come insegna Grammenos Mastrojeni.

Il rapporto ambiente- sviluppo-diritti-pace ha come implicazione che difendere l’ambiente non consiste (solo) in azioni di riforestazione o nel ricorso ai pannelli solari. Servono ma non bastano: in cooperazione questa matrice chiede di partire dall’analisi di un territorio e delle sue fragilità. Una regione colpita da siccità può avere bisogno di impianti di irrigazione, ma anche di scuole o ospedali, di promozione dei diritti fondamentali, di cura delle persone e delle comunità. E’ la svolta decisiva dell’agenda 2030, che lavora sulla interconnessione tra obiettivi.

Si capovolge la visione antica: la protezione dell’ambiente non si regge su un sistema di divieti, ma sulla valorizzazione della giustizia e delle comunità di un territorio con le sue problematiche e potenzialità. Si riscatta il valore di essere parte di una comunità che abita uno spazio di natura con sue specialità, debolezze comprese.

Nelle parole dei giovani ambientalisti c’è una consapevolezza che sbattono in faccia agli adulti: il bisogno di comunità. Propongono di ripartire dalla costruzione di luoghi e spazi di comunità perché là dove restano solo individui che consumano in modo compulsivo-competitivo, senza trame di rapporti, senza senso di responsabilità per gli altri, inizia l’emergenza ambientale.

Se quanto inquino resta “affar mio”, dalla crisi climatica non uscirò mai anche se metto il pannello solare sul tetto.  Non funziona a Milano, New York, Shanghai; e neppure a Kampala, Nairobi o Rio.