La Giornata mondiale della libertà di stampa nell’era del Covid-19

3 Mag 2020 - Finestra sull'Europa di Studenti FiSE

La pandemia di Covid-19 sta indebolendo lo stato di salute dell’informazione, chiamata a svolgere un ruolo di primo piano nelle nostre democrazie. Il 3 maggio ricorre la Giornata mondiale della libertà di stampa, proclamata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1993 in occasione del secondo anniversario della Dichiarazione di Windhoek. Riuniti in un seminario organizzato dall’Unesco nel 1991, un gruppo di giornalisti africani elaborò un documento sui principi fondamentali per una stampa libera, plurale e indipendente, ritenuta “essenziale per lo sviluppo e il mantenimento della democrazia in una nazione e per lo sviluppo economico” (art.1).

Nel monitoraggio sull’emergenza coronavirus, lo International Press Institute (Ipi) ha registrato oltre 130 violazioni alla libertà di stampa nel mondo, denunciando, tra le cause, le restrizioni speciali imposte dai governi nazionali e le minacce fisiche e verbali agli operatori nell’Europa centrale e orientale. “Il libero flusso di informazione è più essenziale che mai in questa situazione”, afferma Barbara Trionfi, direttore esecutivo dello Ipi, che chiede regole proporzionate, accesso equo alle informazioni pubbliche e adeguata protezione sanitaria per i giornalisti.

L’ultimo barometro sulla libertà di stampa di Reporter Sans Frontières (Rsf) registra l’uccisione di 11 professionisti e oltre 350 persone imprigionate. In alcuni Paesi dell’Unione europea, la libertà di stampa è sottoposta a forti pressioni dal potere politico ed economico. Nella classifica stilata da Rsf su 180 Paesi, l’Ungheria arretra di due posizioni rispetto allo scorso anno, attestandosi allo 89° posto alla luce della recente approvazione di una legge che sanziona con fino a cinque anni di carcere chi fa falsa informazione e di un panorama mediatico in larga parte vicino al governo.

La Polonia, che insieme all’Ungheria è sotto procedura d’infrazione in base all’articolo 7 del Tfue, è al 62° posto, in calo di tre posizioni rispetto al 2019: “Alcune corti – denuncia la Ong francese – stanno ora usando l’articolo 212 del codice penale che prevede una condanna per i giornalisti fino ad un anno di carcere per diffamazione […]  l’uso dell’articolo 212 incoraggia l’autocensura dei media indipendenti”.

Malta è allo 81° posto: a inizio anno, le proteste popolari contro elementi del governo implicati nell’omicidio di Daphne Caruana Galizia e le ingerenze esercitate sui giornalisti impegnati in inchieste sulla corruzione hanno portato alle dimissioni del premier Muscat. In Bulgaria, all’ultimo posto tra i Paesi Ue (111°), ci sono licenziamenti di giornalisti e scarsa trasparenza nella gestione dei fondi destinati alla televisione pubblica. Quasi tre decenni dopo, i principi affermati della Dichiarazione restano in larga parte disattesi anche in Europa, mentre crescono le minacce alla libertà di stampa.

Michele Valente