Parole da happening della cooperazione

18 Lug 2019 - Con-te-sto di Maria Laura Conte

Si sono palleggiate parole simili Washington DC e Bruxelles, lo scorso giugno, in occasione di due grandi manifestazioni con a tema cooperazione internazionale e obiettivi di sviluppo sostenibile. Di là dell’Atlantico, la convention di Interaction, network di ong americane, think thank, dipartimenti accademici e altri soggetti della società civile; di qua, in Europa, gli European Development Days promossi dall’Ue. Là e qui partecipanti interessati per lavoro a capire come attuare l’Agenda 2030.

“Climate” è la prima di queste parole, pronunciata con allarme e consapevolezza che rispetto alla necessità di aggredirne il “change” in corso e trasversale siamo all’anno zero. Lo si accosta in modo più deciso, lo si misura con indicatori più precisi. Ma sembra che si stia ancora solo balbettando tentativi.

La seconda delle parole ha a che fare con la declinazione di “community”, “common values”, “partnership”: chi sta a contatto con situazioni di disagio epocale, chi tratta di migrazioni, lotta alla fame e alla povertà, sviluppo sostenibile, accesso all’energia, educazione, women empowerment, oggi si rende conto per necessità (e non per virtù) che il narcisismo non premia. Che chi fa da sé è destinato a fallire, mentre chi gioca in collaborazioni strategiche è potenziato e ha più chance di successo.

La terza è “technology” qualificata come “digital”. Il confine che la ricerca tecnologica sposta sempre più in là ha scavalcato anche il modo di cooperare allo sviluppo. Basti pensare alla digitalizzazione applicata alla registrazione di beneficiari e loro bisogni, all’utilizzo di app per monitorare e valutare o di droni che stanno mutando il concetto di distribuzione che sia di sementi o di sangue per trasfusioni. Anche su questo siamo ancora come nonnetti con in mano uno smartphone, affascinati ma principianti.

Ma sui professionisti della cooperazione si allungava minacciosa l’ombra di una quarta parola: “narrativa”. Dobbiamo trovarne una nuova, si ripeteva a Washington e a Bruxelles, per dire la lotta alle diseguaglianze, alla fame, ai diritti calpestati, per rispondere alla domanda di rifugio di migranti e di richiedenti asilo nel rispetto della comunità accogliente. Per salvare la nostra reputazione. Anche solo sentire pronunciare alla tv “migranti”  fa cambiare canale.

L’esigenza non è di oggi, ma al tempo dei sovranismi che usano un linguaggioefficace e potente, abbattendo tabù che parevano intoccabili, il bisogno di trovare una modalità nuova di comunicare modi, dati, direzione e senso dell’impegno umanitario ha segnato un’impennata.

La ricerca di una “narrativa nuova” non è tessere una tela verbale furba, ma richiede un lavoro profondo: inizia dall’indagare e assumere la domanda di protezione e di sicurezza di chi è attratto da modelli di chiusura di confini e porti e urla contro chi fa della solidarietà il suo core business.

Cioè costruire dalle fondamenta una comunicazione aperta all’imprevisto e imprevedibile, non riducibile allo storytelling sentimentale, capace d’estrarre il capitale narrativo insito in ogni azione tesa a favorire lo sviluppo dei più vulnerabili e delle loro comunità, di farne capitale di tutti. L’ambito sviluppo sostenibile è infatti condizionato: è possibile solo quando nessuno ne viene escluso.