‘Spiacente, non ho voglia di informarmi’

24 Gen 2018 - Dal blog Finestra sull'Europa di Studenti FiSE

Andiamo alla deriva, soprattutto noi giovani, in un mare di informazioni con cui veniamo bombardati da giornali, radio, tv ma soprattutto da quell’universo misterioso che sono i social. La legge italiana sulla par condicio (28/2000), che regola l’accesso dei soggetti politici ai mass media in periodi di campagna elettorale e non, è l’unico strumento che prova ad offrire un salvagente ed a mettere ordine nel mare di concetti e nel miscuglio di opinioni più o meno valide in cui sono immersi gli elettori confusi o indecisi quando si espongono ai mezzi di comunicazione.

Parlando da millennial – ma riferendomi a tutte le età – posso dire che i cittadini tendono ormai a spostarsi dai media tradizionali verso il mondo digitale. Sempre più persone considerano i primi di parte, sotto l’influenza economica di forze che ne compromettono l’imparzialità.

Insieme ai cambiamenti nelle modalità di trasmissione e fruizione, questo porta a una maggiore frequentazione di social, blog o altri mezzi non lineari, che in materia di regolamentazione restano ancora terra di nessuno. Giusto la direttiva europea del 2007 sui Servizi dei Media audiovisivi – recepita in Italia come “legge Romani” e rivista nel 2016 – tratta servizi non lineari, ma senza fare alcun riferimento al ruolo dei nuovi media nella comunicazione e informazione politica.

Tutto questo si somma a una crescente indifferenza e superficialità di buona parte dei cittadini nei confronti delle scelte di voto. Informarsi e farsi una propria opinione è troppo faticoso: è molto più facile retweettare, condividere meme orientati o post di altri, piuttosto. Questo cambio di atteggiamento inizia ad essere sfruttato nelle strategie politiche di chi sa che target abita ogni differente spazio mediale e come adattare i propri messaggi politici a tipi di pubblico diversi. Troppo spesso il voto si riduce a una crocetta su un foglio di carta, fatta da individui disorientati che preferiscono affidarsi a giudizi superficiali e preconfezionati che non sono neanche loro.

La preoccupazione per il potere dei social media nell’orientare l’opinione pubblica accresce le domande su come e se sia opportuno intervenire a livello legislativo. Tuttavia, la natura peculiare di queste piattaforme mette tutti in difficoltà. Ciò di cui si avrebbe realmente bisogno è lavorare sulla formazione di una cultura e di un’educazione mediale che portino i concetti stessi di fake news e scorretta informazione online a diventare marginali, se non a sparire.

Se la disinformazione non viene intercettata già sui contenuti online, anche la più aggiornata legge sui media radiotelevisivi non sarà sufficiente contro la mancanza di pluralismo.

Giulia Doneddu