Il ticchettio dei siriani in Libano

29 Dic 2018 - Dal blog Con-te-sto di Maria Laura Conte

Mentre si congela il dibattito internazionale sul Global Compact for Migration dopo le vampate delle scorse settimane e il New York Times conferma, tra attacchi all’Ue sul tema e buoni propositi, che #migrantirifugiati resterà uno dei trend topic nel 2019, dall’ombra dei media main stream esce quasi per distrazione  il caso dei siriani, di quei milioni tra “internal displaced” ed emigrati in Paesi confinanti, tra cui spicca il Libano. Un caso serio che sta tra l’Europa infragilita e il Medio Oriente come una mina dirompente. Già nel 2013 la si definiva a Beirut “bombe à retardement”, ma nessuno l’ha ancora disinnescata, anzi.

La vigilia di Natale il quotidiano libanese L’Orient -LeJour pubblicava la notizia del ritorno volontario in patria di circa mille siriani. Aveva preparato il terreno, pubblicando retroscena  sulla fatica della diplomazia nella gestione del dossier “rimpatri”, strattonato tra chi sostiene che l’attuale regime non avrebbe nessuna intenzione di riprendersi i fuoriusciti, e chi invece porta prove a documentare il contrario.

Mille rimpatri su un milione e mezzo di siriani in Libano sono tanti o pochi? A L’Orient-LeJour interessava soprattutto dettagliare l’elenco: 70 rifugiati hanno lasciato Ersal, località della Békaa al confine con la Siria; 60 rifugiati sono partiti da Tiro, 55 da Nabatiyé, 27 da Saïda, altri da Tripoli e Abboudiyé, ecc. Quasi un conforto, tra le righe, per il libanese medio (anche il più solidale oggi è esausto): “Coraggio, se ne stanno andando”.

In contemporanea nei giorni scorsi veniva presentato a Beirut lo studio annuale stilato dalle tre agenzie UnHcr, Unicef e e Wfp, sulla situazione dei rifugiati siriani nella terra dei cedri: nonostante alcuni miglioramenti in alcune zone dovuti all’ingente risposta umanitaria, la situazione dei rifugiati rimane precaria, è l’affermazione lapidaria.

Poi le percentuali presentate sono disastrose: il 69% delle famiglie dei rifugiati siriani è sotto la soglia di povertà, oltre il 51% di questi vive con meno di 2,90 dollari al giorno, la soglia di sopravvivenza. Come se la cavano? O trovano cibo economico o non mangiano e mandano i bambini a lavorare. L’88% dei siriani rifugiati è indebitato: nel 2018 la media era un debito di 800 dollari, nel 2018 di oltre 1000. Cresce il tasso di matrimoni precoci e, se da un lato aumentano i bambini scolarizzati tra i 6 e i 14 anni, l’80% dei giovani dai 15 ai 17 anni non va a scuola. A questo si aggiungono i problemi legati all’ottenimento di certificati di residenza e di nascita: nel 2018 il 79% dei bambini siriani nati in Libano è rimasto non registrato. Infine cresce il numero delle famiglie che vivono in strutture non permanenti:  nel 2017 erano il 26%, nel 2018 sono arrivate a quota 34%.

Poveri, indebitati, affamati, senza casa e lavoro. È questa incertezza del loro destino che alimenta il ticchettio della bomba a orologeria. Che lo si voglia sentire o meno.