Noi, i migranti e la paura d’avere paura

14 Lug 2018 - Con-te-sto di Maria Laura Conte

Sono avvincenti e necessarie: le ricerche di analisti, giornalisti e professori che studiano la distanza tra la percezione delle migrazioni, il fenomeno più scabroso di questi tempi, e la realtà dei dati, ci tengono molta compagnia in queste settimane. Spiegano quanto e come noi reagiamo a certe domande (“Quanti sono secondo lei gli immigrati in Italia?”) partendo dalla paura, piuttosto che dalla conoscenza. Documentano come il ballo dei numeri nella nostra immaginazione sia sganciato dai fatti e dalle statistiche.

Ne emerge un quadro del genere: la maggioranza sarebbe ignorante della verità dei fatti, spinta dalla ‘pancia’, fragile nel fare ricorso alla ragione, in balia di slogan e fake news che ne asseconderebbero il desiderio di fuga dalla complessità.

Dalla descrizione del quadro si passa poi alla caccia al colpevole: è colpa dei media? O nostra? O dei social media? E si enunciano proposte risolutive: la più nobile, registrata ai consessi internazionali dell’Onu fino ai collettivi di militanti, è “Va creata e imposta una narrativa nuova del fenomeno”.

E qui, in questo dinamismo pur sano, scivola fuori dalla visuale un fattore: anche la percezione del reale, per quanto falsata, di per sé è un fatto. Un fatto duro e crudo. Concreto tanto che ci si può andare a sbattere contro se non la si riconosce.

Questa è la materia da lavorare per chi fa cooperazione internazionale e sta con i migranti lungo tutto il loro percorso, dalle case ‘loro’ fino alle nostre, ma anche per chiunque ‘traffichi’ con l’umano. Un lavoro che si traduce nel provare a verificare quanto tale percezione sia il modo in cui si manifesta una domanda sommersa inevasa, che sta chiedendo di essere indagata e che ha a che fare con la paura. O forse prima ancora con la “paura di avere paura”, per rubare le parole a Dima Wannous, scrittrice siriana che si è chinata sul rapporto tra le vittime della guerra senza tregua nel suo Paese e questa compagna stabile che si annida dentro ed erompe nelle forme più inattese. Ha a che fare con il bisogno di essere al sicuro, con il desiderio che qualcuno ci rassicuri scritto nelle fibre di uomini e donne soprattutto là dove si respirano incertezze e vulnerabilità.

Quando si svela la domanda, allora si può comprendere meglio di quali elementi sia composta; e questi si misurano, si affrontano e risolvono in modo più agevole. Così man mano la distanza percezione-realtà si accorcia.

In cooperazione si usa “tailored”, tagliato su misura,  per definire come deve essere un buon progetto, espressione presa a prestito dai sarti. Ecco: ci vorrebbe un lavoro comune sartoriale attorno a questa percezione. Non solo iniezioni di informazione e infografiche.