Migrante, participio presente pervicace

14 Nov 2019 - Dal blog Con-te-sto di Maria Laura Conte
Ad Abidjan è più evidente, ma non è un dato esclusivo di questa latitudine: quando una persona scivola
dentro la categoria di ‘migrante‘, rischia di non uscirne più. Se questo participio presente ti si incolla alla
pelle, ti accompagna per migliaia di miglia e di anni. Forse una vita intera. Cambia forse la specificazione,
che si declina a seconda dei casi, ma non è di grande sollievo. Liberarsene è un’impresa.
Da quando è entrato nelle agende politiche come uno dei fattori determinanti nelle campagne elettorali, il
tema migrazioni ha generato azioni diverse, ispirate dal tentativo di governare un fenomeno dalle
proporzioni e impatto inediti, che continua a trovare tutti sempre impreparati, incapaci di visioni di lungo
periodo.
In Costa d’Avorio – solo per citare uno tra i tanti esempi concreti dal mondo della cooperazione – si
sono attuate numerose campagne di “sensibilizzazione” contro le partenze irregolari: donatori diversi
hanno finanziato la diffusione di informazioni capillari nei villaggi, tramite spot sulle radio locali, pubblicità
per le strade, per far conoscere i rischi che corre chi parte senza ‘documenti’: non partire, dicono, il
Mediterraneo può essere la tua tomba, se non prima il deserto. Vogliono salvare vite umane, e arrestare i
flussi dall’Africa verso il Nord.
Chi sono i destinatari di queste campagne? I migranti ‘potenziali’. Una definizione che un giovanissimo
ivoriano si trova addosso molto presto, gli basta nascere in un certo posto. Ciblé, dicono ad Abidjan. Se la
campagna riesce, lui non parte.
Se invece decidesse di partire? Se il giovane con questo ‘potenziale’ non desse retta alle notizie tragiche
delle torture toccate ai suoi connazionali, se diventasse più forte il richiamo della foto via whatsapp del
cugino con la Tour Eiffel alle spalle? Se pagasse con tutti i risparmi dei suoi genitori un trafficante? Ebbene
da migrante ‘potenziale’ diventerebbe migrante ‘irregolare’.
Attraverserebbe il deserto, il Mali e il Niger, forse riuscirebbe ad arrivare in Libia, e da lì se tutto fila
approderebbe in Europa. Per vincere il titolo di migrante ‘illegale’.
Ma non è finita: se un giorno quel giovane ormai adulto valutasse che no, la vita nell’ombra, senza identità,
senza diritti non fa per lui, volesse ritornare al suo villaggio e incappasse nella proposta di entrare in uno
dei progetti dei ‘Rimpatri Volontari Assistiti’?
Avrebbe una chance di ritornare in modo legale e diventerebbe un migrante ‘di ritorno’. Qui infine forse troverebbe un lavoro regolare, potrebbe uscire dall’informalità e ripartire. Ma l’etichetta di migrante gli resterebbe addosso. Potenziale, irregolare, illegale, di ritorno: una vita al participio presente del verbo migrare.
I programmi che ha incontrato – se fortunato ne è diventato beneficiario – sono seri al dettaglio. Viene solo
un dubbio: quanto converrebbe a tutti ricordare che in ballo ci sono persone con un nome, irriducibili a
categorie?