Libertà dietro le sbarre

20 Apr 2019 - Vuelvo al Sur di E.M. Brandolini

“Mi mancate molto perché è divertente fare le conferenze stampa, sono contento oggi di stare con voi”: esordisce così Oriol Junqueras, sorridente e disteso, in giacca grigio scuro e camicia bianca, in video-conferenza da una saletta piuttosto squallida con tanto di bandiera spagnola e ritratto del re, della prigione di Soto del Real, dov’è stato trasferito al principio di febbraio per la celebrazione del processo contro l’indipendentismo catalano. Dall’altra parte dello schermo, a Barcellona, una sessantina di giornalisti, accorsi all’invito dell’agenzia catalana Acn.

Junqueras guida la lista del suo partito per il Congreso nelle elezioni spagnole del prossimo 28 aprile e in questa strana campagna elettorale, accorciata dalla Pasqua, la Giunta elettorale ha concesso ai candidati di fare iniziative di campagna per via telematica nel tempo lasciato libero dal dibattimento processuale. “Dopo un anno e mezzo di silenzio, non ho perduto la vocazione esplicativa”, si schermisce il presidente di Esquerra Republicana de Catalunya, come a scusarsi per la voglia che ha di parlare.

Il vicepresidente della Generalitat nell’autunno catalano risponde alle domande con continue digressioni, rendendo chiaro che il suo partito non faciliterà la formazione di un governo di estrema destra e non traccerà linee rosse per investire Pedro Sánchez che tutti i sondaggi danno vincente, ma neppure gli darà un assegno in bianco, perché “siamo a favore del dialogo e un referendum è inevitabile”. Alla fine Junqueras ammette che nelle lunghe giornate del processo scrive racconti per i suoi figli “non di fiction, ma di cose reali. Mi piacerebbe pubblicarli in italiano, perché la mia formazione è italiana e ho vissuto a Roma”.

Il giorno prima è la volta di Jordi Sánchez, in galera dal 16 ottobre 2017 per aver convocato una manifestazione di massa sotto il dipartimento di Economia il 20 settembre di quell’anno. Col sorriso dolce appena malinconico Sánchez appare sullo schermo dalla prigione madrilena in camicia bianca e l’immancabile fiocco giallo sul bavero della giacca blu. A ospitare i giornalisti a Barcellona è in questo caso l’agenzia spagnola Efe. “Niente di quello che stiamo vedendo nel processo giustifica la prigione”, esordisce, ma non vuole fare la conferenza stampa sulla sua condizione di prigioniero, piuttosto come capolista di Junts per Catalunya al Parlamento spagnolo. “Vogliamo dialogo, accordo, stabilità. Non abbiamo linee rosse ma convinzioni e alla fine Pedro Sánchez accetterà che la Catalogna si esprima con un voto”, “Lo Stato spagnolo deve aprire le porte e chiudere le ferite dopo l’1 di ottobre: questo è parte della soluzione”. Dopo meno di un’ora il collegamento dal carcere s’interrompe, tra i giornalisti cala un silenzio scomodo, loro vanno via e lui rimane lì.