Il fiume sacro che non basta più

20 Mag 2019 - Dal blog Le Acque Sottovalutate di AMIStaDeS

Il prepotente esaurimento delle acque del Giordano rischia di cancellare per sempre un’intensa e straordinaria vegetazione che ha portato beneficio a israeliani e palestinesi in egual misura, senza distinzioni di cause o di credo. La Valle del Giordano si estende fra Israele e Cisgiordania, dallo storico Mare di Galilea al bollente Mar Morto. Nonostante il Giordano sia un unico grande sistema idrico che si estende dall’Anatolia del sud fino all’Africa nord-orientale, l’unità geologica della natura non corrisponde a quella politica, che divide con linee di confine il bacino di un fiume sacro per Siria, Libano, Israele, Giordania e Palestina.

La collaborazione generalmente appartiene al mondo naturale e raramente agli Stati, che, in questo caso, hanno reso la Valle un territorio di conflitti: Israele sfrutta più di chiunque altro le risorse idriche del fiume (58,7%) perché trasferisce ogni anno una enorme quantità d’acqua dal Giordano lungo tutti gli insediamenti nel deserto; i palestinesi, invece, dal 1967 non hanno più la possibilità né il diritto di usufruire di questa  risorsa. Queste limitazioni nascono con i vincoli stabiliti dagli accordi di Oslo, che pongono una incredibile differenza riguardo il fabbisogno idrico di ciascuna popolazione. Viene deciso che quello palestinese è ¼ di quello israeliano e l’ammontare delle risorse idriche concesse ai primi non è chiaramente sufficiente. Oltretutto, Israele estrae una quantità complessiva annuale d’acqua superiore a quella prevista, favorendo l’inquinamento e la salinizzazione dei bacini.

Dagli accordi di Oslo la popolazione palestinese è cresciuta del 50% e lo sfruttamento delle falde acquifere della Cisgiordania è persino calato. Nonostante l’impegno della popolazione palestinese nel creare nuovi impianti, la riuscita di molti progetti è impedita dall’opposizione delle autorità israeliane, perché la maggioranza delle strutture ha necessità di essere progettata nell’area C, sotto le regole di Israele. La più importante di queste è il collegamento dagli impianti agli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Il popolo palestinese, inoltre, non può mobilitare risorse idriche verso aree con forte deficit d’acqua e guarda impotente alcune comunità della Valle consumare il 40% in meno della quantità minima d’acqua raccomandata dall’Oms. E banalmente senza acqua non possono coltivare la terra: smettendo di farlo per più di 3 anni, restano intrappolati da una legge ottomana (ancora in vigore) che stabilisce che l’abbandono corrisponde al permesso di occupazione del territorio da parte di Israele. E così, senza acqua, i palestinesi non possono restare in vita.

Rebecca Reina, AMIStaDeS