Disinformazione e discorsi d’odio, regole ed effetti

23 Feb 2020 - Finestra sull'Europa di Studenti FiSE

La strada della regolamentazione dei contenuti online contro la disinformazione e i discorsi d’odio è lastricata di buone intenzioni e pressioni contrapposte. “Gli Stati e le aziende non riescono a impedire che lo hate speech diventi la prossima fake news”, denuncia David Kaye, relatore speciale dell’Onu sul diritto alla libertà d’espressione.

Nel settembre 2018, la Commissione europea ha siglato con sette associazioni europee per il commercio e con alcune grandi aziende del settore digitale – come Google, Facebook e Microsoft – il Codice di condotta sulla disinformazione. Un anno dopo, i risultati conseguiti sono stati al di sotto delle aspettative.

Commentandoli, il commissario europeo Marija Gabriel ha affermato che le azioni intraprese dalle aziende “hanno contribuito a limitare lo spazio per le interferenze e a migliorare l’integrità dei servizi, a interrompere gli incentivi economici per la disinformazione e a garantire una maggiore trasparenza della pubblicità politica”. Tuttavia, “la propaganda e la disinformazione persistono e c’è ancora molto da fare in tutte le aree del Codice di condotta”.

La regolamentazione della disinformazione e dei discorsi d’odio crea divergenze tra i diversi attori. Alla Munich Security Conference 2020, Mark Zuckerberg, ceo di Facebook, ha sostenuto che “ci sono due quadri normativi che, insieme, concorrerebbero a regolare in modo adeguato il settore dei social media: le norme che regolano i giornali e gli altri media e quelle che invece si occupano delle società di tlc”. La Commissione europea intende presentare proposte legislative più restrittive. “Finora siamo stati delusi da come le piattaforme Internet si autoregolano (…). Vogliamo che il mercato funzioni correttamente”, ha detto il commissario europeo all’industria Thierry Breton dopo un colloquio con Zuckerberg, il 17 febbraio.

In materia di hate speech, spiega Rossella Rega, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche della Sapienza, “la molteplicità delle definizioni che coesistono porta ulteriore confusione, anche per le intersezioni tra ambiti diversi e per la pluralità di attori”.  Il governo italiano ha istituito un gruppo di esperti per studiare i discorsi d’odio, la Germania agisce sul piano legislativo. “Il fenomeno della disinformazione si lega allo hate speech per i contenuti. Basti vedere gli studi sulla campagna di Trump del 2016, molti contenuti erano falsità o distorsioni. Un altro esempio è la campagna per le politiche del 2018 in Italia: tweet e post di Salvini contenevano video falsi con azioni riprovevoli di migranti”.

Michele Valente