Dante, la Nussbaum, i bimbi di Nairobi

28 Ott 2018 - Con-te-sto di Maria Laura Conte

Una sinapsi strana  si attiva nel leggere di una fatto accaduto in uno slum di Nairobi, di un dibattito negli Usa ripreso da Atlantic e l’intervista del Financial Times a Martha Nussbaum.

Kibera, uno degli insediamenti informali più miseri ed estesi dell’Africa, baracche di lamiera addossate una all’altra su strati di fango e fogna, è stato recentemente il teatro che ha accolto una compagnia di bambini e ragazzi che hanno interpretato versi di Dante, Emily Dickinson e Vladimir Majakowskij. Ed è stato un successo, tessuto con pazienza in un anno di laboratori teatrali curati da Marco Martinelli del teatro delle Albe in collaborazione con alcune scuole locali sostenute da AVSI.

Martinelli non ha cambiato il suo metodo di lavoro trasferendosi per qualche tempo all’Equatore, è rimasto fedele a una sua idea cardine: i classici attraversano tempo e spazio, vivono per te quando ci immetti il tuo sangue. A questa ‘trasfusione’ ha lavorato il regista, che ha insegnato un modo vivo per raccontarsi a chi fin da piccolo conosce la fame che morde le viscere, l’assenza di un abbraccio, l’abbandono e l’abuso.

L’esperienza è riuscita perché è stata fedele alla realtà, non esercizio di alchimia estetica. Ha mostrato quanto l’aiuto allo sviluppo chieda non solo distribuzione di sacchi di riso o kit sanitari, e neppure solo corsi di computer o elettrificazione dei villaggi – tutti ovviamente temi imprescindibili -, ma un azzardo in più: prendere sul serio il dato per cui la persona è fatta di una sostanza infinita e pure contraddittoria, non riducibile al solo bisogno immediato, tangibile. Una sostanza inafferrabile ma così attraente che poeti, filosofi, artisti la inseguono e la traducono, almeno tentano, in linguaggi diversi dall’inizio della storia.

E qui sta il nesso con il dibattito americano tra accademici e non solo sulla crisi delle humanities, le discipline umanistiche lentamente abbandonate perché non sarebbero abbastanza “utili” alla società tecnologica da generare lavori e professioni ben retribuite. Non “servirebbero” più. L’esperienza di Kibera nella sua genuinità di terra ributta addosso all’Occidente anche questa consapevolezza: non ci possiamo permettere di rinunciare a tornare a chi ha indagato per pura passione il mistero dell’umano.

Martinelli ha confidato che per entrare in sintonia con i bambini di Nairobi sono bastati l’ascolto e lo sguardo. La filosofa Nussbaum dall’alto dei suoi 71 anni ha dichiarato al Financial Times (il cui core business è il ‘financial’) che, oltre a fare la mezza maratona ogni anno, combatte ogni giorno, e deve avere molto fiato, in difesa delle humanities sotto assedio. Perché per lei il male più grande del nostro tempo è la mancanza di “ascolto”. E può stupirci la coincidenza per cui oggi uno degli hashtag di tendenza nella rete e più militanti suoni #stayhuman?