Costa d’Avorio, l’Eldorado (che non c’è)

7 Mag 2019 - Dal blog Con-te-sto di Maria Laura Conte

In Costa d’Avorio, che registra un Pil in crescita di circa l’8% e anche un primato per il numero di richiedenti asilo all’estero, si può trovare la soluzione alla questione scabrosa nelle imminenti competizioni elettorali: i migranti irregolari.

Con i loro corpi sui barconi e i loro destini che intercettano i nostri attraversando confini, occupano la scena da protagonisti nolenti, ed entrano nelle urne. Questo agita l’Europa, che prova a contrastare le migrazioni irregolari finanziando – tra gli altri progetti – campagne spinte di comunicazione e informazione. Bruxelles investe perché chi opta per il viaggio clandestino oltre confine sia consapevole di ciò a cui va incontro. E quindi desista.

Uno di questi progetti è ‘New Hope’, affidato a una rete di ong locali e internazionali con Avsi capofila, che ha voluto innanzitutto procurarsi un’indagine scientifica su chi parte e perché dalla Costa d’Avorio, per poi decidere come tagliare messaggi e contenuti.

Uno dei dati più significativi emersi è relativo al tasso di scolarizzazione: dei migranti di ritorno il 90% è andato a scuola, il 64% di questi alla secondaria. Mentre i migranti definiti ‘potenziali’ risultano scolarizzati al 100%. Letto in negativo suggerisce che le persone che non hanno avuto l’opportunità di studiare non si imbarcano nel grande viaggio.

La prima ragione che induce un giovane ad accettare di trattare con i trafficanti di uomini (per l’80% dei casi i migranti di ritorno e potenziali sono maschi, tra i 20 e i 30 anni) è il desiderio di migliorare la propria vita (16,9%). La seconda, a una certa distanza, è la mancanza di lavoro.

Quindi è la miscela scolarizzazione + desiderio a mettere in cerca dell’altrove, a qualsiasi costo. Ma questo desiderio di migliorare è insano? Va contrastato?

Non è la prima volta che si lanciano campagne di propaganda nel Paese: il governo della Costa d’Avorio ne promosse una con lo slogan martellante ‘L’Eldorado è qui!’. Ma gli ivoriani non sono ciechi, sanno riconoscere se è paradiso lo slum di fango, senza fogna né acqua corrente, in cui abitano in baracche di due metri quadrati anche in venti persone, mantenendosi con attività occasionali.

L’indagine dice che l’educazione da sola non basta a favorire lo sviluppo, anzi. Si ritorce contro la persona, se questa arriva a valutare che il rischio di morire nel mare o di finire in un lager in Libia sia ammissibile. Questa allora la soluzione provocatoria da suggerire ai sovranisti uniti di tutto il mondo: chiudiamo le scuole in Africa e si fermeranno i flussi di migranti.

Per Claude, emigrato in Tunisia, umiliato da un’esperienza di schiavitù, quindi rientrato nella sua catapecchia ad Abidjan, dove ci stanno solo un letto, un tavolino e un televisore sintonizzato su serie di amori felici di gente ricca, la questione è l’alternativa. “Io racconto la mia storia e dico non partite. E’ solo un’illusione. Costruiamoci un’alternativa insieme qui. Andarsene come ladri non funziona. Occorre lavorare per costruirci possibilità concrete di lavoro e di cura per i nostri affetti qui. Dove abbiamo figli, reti, comunità, possiamo avere un futuro”.