L’Afrotopia di Sarr e l’Africa che verrà

2 Dic 2018 - Dal blog Con-te-sto di Maria Laura Conte

Deve essere la sua formazione interdisciplinare che gli permette di parlare di Africa in modo inedito. Felwine Sarr, senegalese, economista, scrittore e musicista, scardina le griglie attraverso le quali ci ostiniamo a pensare l’Africa, fa saltare gli excell carichi di indicatori e ci porta in questo non-ancora-luogo che è la sua Afrotopia, titolo del suo saggio uscito e premiato in Francia nel 2016, finalmente in Italia per l’editrice Gli Asini.

Insieme ai tanti nuovi volumi ora in libreria sull’Africa, anche Afrotopia documenta che il continente è di tendenza, esaltato dagli euforici e affossato dai pessimisti. I primi che lo considerano come una terra promessa che ci libererà dal gelo demografico e aprirà a nuove sterminate praterie-mercati-forza lavoro; i secondi che lo ritengono irrecuperabile.

Sarr, invece, opta per una terza via, sceglie l’Afrotopia: “Lavoriamo nel tempo presente per farne un avvenire. L’afrotopos è l’atopos dell’Africa: questo luogo non ancora abitato dall’Africa che sta arrivando. Si tratta di investire con il pensiero e l’immaginazione (…). Il futuro non è una fatalità storica, è ciò a cui le società sono destinate”.

Non è facile star dietro a Sarr tra fughe filosofiche in avanti alternate e atterraggi su dati di Pil e statistiche.  Da economista attrezzato mette alla prova le categorie del pensiero occidentale (da Smith a Nussbaum) per lasciar emergere quanto poco si addicano all’Africa i modelli di sviluppo occidentali, e quanto in realtà le abbiano fatto male. Ma a differenza di altri scrittori africani non è arrabbiato né rivendicativo.

Punta su un recupero ragionato della storia (colonialismo compreso) e della cultura africana, in tutte le sue disomogeneità, di un’identità mai monolitica né statica, come filtro attraverso cui invita l’economia a passare se vuole riuscire. Gioca la sua proposta per l’avvenire africano (e quindi anche occidentale) su un altro piano: la verifica dell’incontro con la modernità, la considerazione dell’economia relazionale come condizione per quella materiale, il coraggio di una visione nuova.

Il perno del volume si rintraccia nel suo interesse per la questione relazionale e la centralità del fattore umano, del suo ‘benessere’. E riconosce i limiti di una cieca afro-filia : “Va intrapresa una critica radicale di quello che nelle sue culture riduce l’umanità, la tiene bloccata, la limita, l’avvilisce. Bisogna rendere vivo di nuovo l’umanismo profondo delle sue culture. E ci sembra che l’avvenire dell’umanità si trovi da questa parte”.

Sembra di sentire già la critica di chi è arrivato alla trecentesima missione in Africa e chiede indicatori oggettivi per misurare l’impatto dei progetti di sviluppo. Che è vero e necessario. Ma l’azione che propone Sarr è quella (temeraria?) che un altro scrittore assoluto che ci condusse a sud del Sahara, Conrad, descriveva come necessaria per dare una svolta a processi immobili: “Alzarsi dalla comoda cuccetta”, abbandonarla, per andare verso il nuovo disarmati.