I costosi rubinetti africani

28 Dic 2018 - Dal blog Le Acque Sottovalutate di AMIStaDeS

Com’è vista l’acqua? Come vediamo, noi, l’acqua? E’ un diritto o un bene di mercato come un altro? Quello che si può dire con certezza è che una delle nuove frontiere del colonialismo è la gestione privata di questo bene, incoraggiata dalla Banca Mondiale che lega i suoi prestiti alla privatizzazione. I governi africani, obbligati al “cost recovery”, ispirato dalla Banca Mondiale, tendono ad aprire le porte ai giganti dell’acqua che impongono prezzi più alti, poca trasparenza e taglio dei servizi a chi non riesce a sostenere un aumento considerevole del prezzo del bene. In questo caso “taglio dei servizi” significa bere fango, soprattutto nelle enormi metropoli africane.

Tra il 1990 e il 1997 vengono investiti 24 miliardi di dollari nelle privatizzazioni idriche. Ma il settore privato può gestire meglio l’erogazione del servizio oppure ha solo il desiderio di massimizzare i profitti? E l’acqua è un bene economico o sociale? E, ancora, come si fa a stabilirne il prezzo? La logica della privatizzazione parte dall’idea che la vendita dell’acqua deve coprire completamente i costi, ma è anche vero che fornire acqua coprendone i costi significa privare un’enorme fetta della popolazione di un bene essenziale per la vita.

Analizzando il caso della privatizzazione in Guinea possiamo arrivare a qualche conclusione. Anche se l’investimento privato in una nazione del genere non è l’ideale a causa del debole sistema giudiziario del paese che rappresenta un fattore di estremo rischio, la privatizzazione viene suggerita dalla Banca Mondiale nel 1989 a causa dell’impossibilità della Guinea di saldare i suoi debiti. La Private-Public partnership (PPP), suggerita dalla stessa Banca Mondiale, si attua tra il governo e la francese Vivendi che stabiliscono un contratto d’affitto per dieci anni.

Dopo la privatizzazione l’espansione della rete idrica aumenta solo del 9% perché i cittadini non riescono a pagare l’erogazione d’acqua, con la conseguente impossibilità di espanderne le tubature. La qualità dell’acqua è indubbiamente migliorata, anche se non esistono dati precisi a riguardo, se non la decisione della Coca Cola di utilizzare le acque della Guinea perché rientravano nei suoi standard, ma, dopo il processo di privatizzazione, l’uso delle risorse idriche da parte dei consumatori dal 75% scende al 50%.

Il costo dell’acqua raddoppia passando da 0,12$ per metro cubo a 0,25$ nonostante la decisione del governo di stabilire un sussidio per sei anni, finito il quale il prezzo dell’acqua cresce vertiginosamente diventando insostenibile anche per la popolazione più ricca. Nel 2001 il rapporto PPP si interrompe. Probabilmente una soluzione potrebbe essere una collaborazione Public-Public partnership con associazioni inter-municipali, già esistenti in Europa tra città ricche, che eliminerebbe la logica dell’utile strappando all’acqua quella maschera di bene inarrivabile e restituendole, piuttosto, il suo ruolo di madre affettuosa.

Rebecca ReinaAMIStaDeS