– 275: caucus nello Iowa, dai fienili alla Casa Bianca

2 Feb 2020 - Diario Americano USA 2020 di Giampiero Gramaglia

Quella dello Iowa è gente solida, quadrata, con idee chiare, che sa distinguere nei campi il grano dal loglio. D’inverno, nello Iowa la terra è dura, compatta, gelata, coperta a perdita d’occhio dalla neve: ora, nonostante il riscaldamento globale, ce n’è un sacco. Lunedì 3 febbraio, domani, qui s’inaugura, come avviene dal 1972, la stagione delle primarie per designare i delegati che alle convention di luglio daranno l’investitura formale ai candidati democratico e repubblicano alla Casa Bianca: si vota, come altrove, con il sistema dei caucus, assemblee di partito organizzate spesso nei fienili, che spiccano tozzi nella campagna piatta accanto alle case degli agricoltori, ma anche nelle scuole, nelle librerie, nelle chiese o nelle palestre.

Grande quasi come mezza Italia (145mila chilometri quadrati), una pianura uniforme con poco più di tre milioni d’abitanti, inizialmente francese – Des Moines, la capitale, 200 mila abitanti, sarebbe ‘dei monaci’-, venduto nel 1803 da Napoleone con tutta la Louisiana agli Stati Uniti, lo Iowa prende il nome da una tribù di Sioux che vi abitarono fino al 1836, quando, fatto un accordo con i ‘lunghi coltelli’, si trasferirono in Oklahoma.

Qui, a Winterset, nacque John Wayne; qui, ci sono i ponti di Madison County; e qui c’è una forte comunità d’origine tedesca o scandinava, caratteri un po’ rudi e chiusi. Bianchi e protestanti in grande maggioranza: neri ce ne sono relativamente pochi, musulmani meno.

I caucus si svolgono con riti diversi, a seconda del partito e degli Stati. Nello Iowa, se ne tiene uno per partito in tutte le 1681 circoscrizioni elettorali, designando i delegati alle convention di ciascuna delle 99 contee. Che, a loro volta, scelgono i delegati alla convention statale, che nomina quelli alla convention nazionale: circa l’1% del totale appena.

Solo gli elettori registrati per l’uno o l’altro partito possono votare. Ma come osservatori sono pure ammessi indipendenti e giornalisti. Fra i repubblicani, dove quest’anno non c’è partita, il voto è segreto: spesso si mette un foglietto con il nome del prescelto in un cappello che gira per l’assemblea. I democratici, invece, votano ‘pedibus calcantibus’, come facevano i senatori romani: nell’area dell’assemblea, si creano crocchi, per l’uno o per l’altro candidato; poi, c’è tempo mezz’ora per convincere gli indecisi o indurne qualcuno a cambiare scelta; e, alla fine, si contano i crocchi.

Dalle assemblee, escono sovente scelte a sorpresa. Chi vince nello Iowa, specie fra i repubblicani, spesso poi non ottiene la nomination: se nel 2000 vinse George W. Bush, nel 2008 fu primo l’ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee (e John McCain, che poi ebbe la nomination, fu solo quarto); nel 2012, vinse l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum (e Mitt Romney arrivò secondo per decimi di punto); infine nel 2016 Ted Cruz batté Donald Trump d’una corta incollatura.

Fra i democratici, la gente dello Iowa ci azzecca di più: qui vinsero Al Gore nel 2000 e John Kerry nel 2004 e, a sorpresa, Barack Obama nel 2008, iniziando così a costruire l’inattesa vittoria su Hillary Clinton. Che, nel 2016, s’impose, ma di poco, su Bernie Sanders. Quest’anno, il ‘vecchio Bernie’ parte favorito.