– 135: mezzo flop di Trump al comizio di Tulsa

21 Giu 2020 - Diario Americano USA 2020 di Giampiero Gramaglia

È stato un mezzo flop il primo comizio di Donald Trump dopo oltre tre mesi di campagna elettorale sospesa causa pandemia. Il magnate presidente aveva parlato d’un milione di persone in fila online per assistere all’evento; se ne attendevano 100 mila e, per soddisfare un’audience così larga, era stato allestito un palco all’aperto, perché l’arena di Tulsa, il Bok Center, ne può contenere al massimo 19 mila; ma, alla fine, il palco all’esterno è stato smantellato senza essere utilizzato e dentro non c’era il pienone.

Era il popolo di Trump: quasi tutti senza mascherina, come il loro idolo – nonostante vi fossero, secondo la Cnn, sei positivi nello staff al lavoro per il comizio -, berretti e magliette con gli slogan della campagna. Molti sostenitori erano già arrivati da giorni e si erano accampati in città: c’era timore di incidenti, scontri, tafferugli, ma la polizia è riuscita a tenere separati i gruppi pro e contro il presidente e non si ha finora notizia di fatti gravi, nonostante momenti di tensione quando fan di Trump armati hanno attaccato con spray al peperoncino una manifestazione pacifica  (gli agenti sono intervenuti per disperdere l’assembramento).

Nelle ultime ore ci sono stati sviluppi nella vicenda del procuratore di New York Geoffrey Berman silurato dall’Amministrazione, ma che si rifiutava di lasciare il posto: Berman ha alla fine accettato di andarsene, dopo che il segretario alla Giustizia William Barr ha annunciato che a sostituirlo sarà il suo vice e non un magistrato del New Jersey. Contraddicendo Barr, secondo cui il licenziamento di Berman è stato deciso su richiesta del presidente, Trump s’è chiamato fuori: “Io non c’entro”. Barr ha accusato Berman di avere “scelto il pubblico spettacolo invece del pubblico servizio” e aveva minacciato l’invio di ispettori.

Quanto al libro dell’ex consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton, se ne conferma l’uscita martedì prossimo, come previsto: ieri, un giudice del distretto di Washington ha infatti respinto la richiesta di bloccarlo, come voleva l’Amministrazione federale, sulla base del fatto che il volume conterrebbe informazioni riservate.

Per il flop di Tulsa, lo staff del presidente scarica la colpa sui media, che avrebbero agitato i rischi di contagio (reali), e sui dimostranti, accusati (senza motivo) di impedire l’accesso ai fan. E questi sono stati i primi bersagli dello stesso Trump. “Ci sono persone molto cattive là fuori”, ha detto, definendo i suoi fan dei “guerrieri” per avere sfidato tutti quei pericoli.

Ma il nucleo del discorso è stata l’attacco frontale al rivale democratico Joe Biden: “Il nostro Paese sarà distrutto, se verrà eletto. È un burattino in mano alla sinistra radicale” che “assedia la nazione” con le proteste, i saccheggi, le violenze, l’abbattimento dei simboli confederati. “Ho fatto più io in quattro anni che Biden in 47 per la comunità afro-americana, la giustizia razziale comincerà con il suo pensionamento”. Non una parola sui neri inermi ammazzati dalla polizia. Ma la promessa che, se sarà eletto, il prossimo sarà l’anno economico migliore di sempre.

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