IAI
Le conseguenze dell'attacco deciso da Trump

Raid Usa: ucciso il generale iraniano Soleimani

3 Gen 2020 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Una pericolosissima escalation nelle relazioni già tesissime tra Stati Uniti e Iran, un passo deciso verso il baratro di un conflitto dalle prospettive forse non bene calcolate: è la considerazione che con formula quasi identica, ‘major escalation’, accompagna i titoli sull’attacco americano che, poche ore or sono, ha ucciso il generale Qassim Soleimani e altri comandanti militari iracheni e iraniani appena fuori l’aeroporto di Baghdad. C’è su New York Times, al Jazeera, Le Monde.

L’azione ordinata dal presidente Donald Trump, probabilmente cogliendo un’opportunità segnalata dall’intelligence e dai militari, getta tutto il 2020 in una prospettiva sinistra di guerra e di sangue: rischia d’innescare un conflitto nella regione e di avere come corollario sussulti di terrorismo un po’ ovunque nel mondo. E c’è il dubbio che il magnate presidente anteponga i suoi calcoli elettorali a ogni altra considerazione. I giorni a cavallo tra il 2019 e il 2020 hanno visto un rimbalzo di provocazioni e reazioni che hanno repentinamente rialzato il livello dello scontro. La retorica anti-iraniana dell’Amministrazione Usa era da settimane in sordina. Sabato 28 dicembre Trump ordina una ritorsione, dopo l’uccisione d’un contractor americano in una base a Kirkuk attaccata da milizie filo-iraniane: raid aerei contro cinque postazioni filo-iraniane in Iraq e in Siria, almeno 25 vittime, “un successo” secondo il Pentagono.

Trump eccita l’opinione pubblica irachena e avvicina le lancette dell’orologio alla mezzanotte della guerra 
Per tutta risposta, razzi cadono in prossimità di una base che ospita soldati americani a Taji, a nord di Baghdad; e Iraq, Iran e Russia denunciano concordi la violazione Usa della sovranità irachena, “un atto di terrorismo” per Teheran, “inaccettabile e controproducente” per Mosca. Con la politica del ‘pugno sul tavolo’, già sperimentata in Siria a due riprese, Trump eccita, com’era scontato, l’opinione pubblica irachena, contro gli Stati Uniti e innesca proteste anti-americane, nel contesto d’un Paese scosso da mesi da violente proteste sociali, economiche e politiche.

A Mar-a-Lago si tiene una sorta di consiglio di guerra, con i segretari agli Esteri Mike Pompeo e alla Difesa Mark Esper. A Baghdad, l’ambasciata statunitense, un edificio immenso, è sotto attacco: una torretta va in fiamme; la protezione fornita dalle autorità irachene si rivela non a tenuta stagna. Alla fine, il magnate dà a Teheran la colpa degli incidenti anti-americani e decide di inviare “immediatamente” 750 soldati Usa in più in Medio Oriente, l’avanguardia di un contingente più numeroso. Mostrato i muscoli, Trump sembra stemperare le tensioni e tornare a toni meno bellicosi, mentre a Baghdad torna una calma tesa, dopo il ricorso ai lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine. Dura poche ore: l’attacco che uccide Soleimani ed altri infiamma di nuovo la situazione e la Regione, dove gli Stati Uniti del magnate presidente vestono i panni degli alleati incondizionati d’Israele e dell’Arabia saudita.

E adesso? Il livello d’allarme s’è alzato, le lancette dell’orologio della pace si sono bruscamente avvicinate alla mezzanotte della guerra. Ci vorrebbe la lucidità, e l’autorità per stemperare animosità e rivendicazioni, ma i protagonisti diretti sono più incendiari che pompieri. I comprimari? L’Europa ha forse lucidità, ma temo le manchi l’autorità –e magari pure la volontà – di farla valere.