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Crisi Ucraina

Da Kiev, lezioni per l’Europa

3 Ott 2014 - Marco Braschi - Marco Braschi

Si dice che la storia si ripete, ma scegliere un precedente per valutare il presente condiziona già il modo di pensare ai possibili sviluppi e alle scelte disponibili. Questo è quello che sta accadendo alla narrazione della crisi ucraina.

Un’altra Monaco?
Sull’Ucraina il consenso occidentale è stato di evitare un’altra Monaco, cioè il patto del 1938 che, lungi dal salvare la pace cedendo i sudeti a Hitler, aprì le porte agli ulteriori piani nazisti, con le note conseguenze. “Lasciamo l’Ucraina a Putin”, quindi, “e l’espansionismo russo diverrà inarrestabile”.

Probabilmente però, rispetto a Monaco, la crisi dei missili del 1962 offre un paragone più utile.La crisi di Cuba e quella ucraina nascono infatti dallo stesso “problema di prossimità”: ove un contendente acquisti il controllo di un’area nelle immediate vicinanze dell’altro, il secondo vedrà la mossa come una minaccia diretta, provocandone la reazione.

A Cuba, gli Stati Uniti non potevano tollerare la presenza di missili nucleari alle proprie porte, ma l’Urss non avrebbe mai subito un rovesciamento di Castro, già tentato dagli Usa con l’invasione, fallita, della Baia dei Porci l’anno prima.

Oggi la Nato e l’Unione europea (Ue) non possono accettare un’aggressione armata ai rispettivi confini, ma la Russia ha ripetutamente dichiarato di non potere acconsentire ad un’espansione della Nato fino alle proprie frontiere.

In entrambi i casi l’attacco da est è stato audace e non tradizionale. A Cuba l’Urss pretese di addestrare il governo locale, mentre in Ucraina l’avanzata semi-mascherata delle forze russe è stata orchestrata per evitare accuratamente l’etichetta di “invasione aperta”.

L’Occidente a sua volta ha sempre reagito nello stesso modo, con sanzioni orizzontali: un blocco navale nel 1962 e restrizioni economiche nel 2014.

Ma la somiglianza più grande è che la radice prossima delle due crisi sta comunque ad ovest: nell’invasione della Baia dei Porci per Cuba e nella possibilità tanto pubblicizzata da Nato e Ue di accogliere l’Ucraina in entrambe le organizzazioni, malgrado le riserve russe sul lato Nato.

Ucraina davanti al bivio Nato
La crisi del 1962 si risolse con contatti diretti e con l’accordo simmetrico a ritirare i missili sovietici da Cuba e quelli americani dalla Turchia. Oggi un accordo simile richiederebbe l’impegno dell’Ucraina a non entrare nella Nato, ma ad aderire all’Ue, accordando maggiore autonomia alle regioni russofone del Paese.

La Russia, a sua volta, dovrebbe reciprocare allentando la presa sulla Crimea, garantendo i diritti degli ucraini etnici e accettando una forma di supervisione internazionale su tale aspetto.

Perché una soluzione del genere non è in vista? Tra i tanti motivi il principale è che l’Ue non è ancora in grado di gestire le proprie relazioni esterne su un piano coordinato, ma non confuso, con la Nato.

L’accesso congiunto degli stati dell’Est Europa alla Nato e all’Ue ha creato la sensazione che le due cose vadano insieme. Tuttavia, mentre l’Alleanza atlantica ha gestito l’espansione sforzandosi di rassicurare la Russia, l’Ue non ha sviluppato un approccio simile.

Anzi, la prospettiva di un ingresso dell’Ucraina nell’Ue ha fatto presagire proprio un ingresso quasi automatico nella Nato, uno sviluppo chiaramente osteggiato dalla Russia.

Ucraina ponte tra Russia e Ue
Per creare stabilità lungo i propri confini, l’Ue dovrebbe quindi gestire in maniera più saggia e dosata il proprio potere d’attrazione. Nel 2004-2005, l’Unione appoggiò entusiasticamente la Rivoluzione Arancione, ma poi fallì nel creare gli incentivi politici e morali per farla continuare, finendo per assistere alla fine degli eroi che aveva sostenuto, come Yulia Tymoshenko e il suo governo.

Eppure quella rivoluzione era scoppiata dopo l’avvelenamento da parte della Russia del candidato presidenziale Viktor Yushenko: proprio quello, dunque, doveva essere il momento di costruire un modello di stabilità da mostrare alla Russia come esempio di cooperazione costruttiva e vincente.

Invece l’accoppiata inerziale tra Ue e Nato ha rafforzato il panico russo da accerchiamento, offrendo a Putin il destro per rispondere in maniera apertamente aggressiva.

La Nato ora si è unita attorno ai suoi membri orientali, decretando così la momentanea sconfitta tattica di Putin. Tuttavia le variabili sottostanti sono ancora instabili ed è difficile che le armi si fermino o che l’Ucraina resti unita se non ci sarà una riconciliazione.

Per farlo, l’esempio del 1962 suggerisce la necessità di un’Ucraina militarmente neutrale, dentro l’Ue, ma fuori della Nato, che funzioni come un ponte tra l’Europa e la Russia, sulla base di accordi bilaterali di garanzia per le minoranze.

L’Ue dovrebbe anche sviluppare una nuova sensibilità nel gestire il proprio potere economico, tenendo a mente che, come per il Piano Marshall nel 1947, proposte di cooperazione economica con i vicini possono suonare molto allarmanti per la Russia.

Bruxelles deve quindi realizzare che ogni volta che parla di banche e di strade, energia o ambiente, fa politica estera. Non solo quando approva sanzioni o condanna aggressioni.

Un paese così strategico come l’Ucraina è il terreno di prova per garantire la stabilità attraverso le politiche settoriali europee, creando allo stesso tempo il canale per un dialogo tra Est e Ovest che non parli il linguaggio delle armi.

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