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Da Mitrovica a Bruxelles

Opportunità e rischi dell’accordo tra Serbia e Kosovo

7 Mag 2013 - Andrea Cellino - Andrea Cellino

Commenti unanimemente positivi hanno accolto nelle capitali europee l’accordo siglato il 19 aprile a Bruxelles dai primi ministri serbo Ivica Dacic e kosovaro Hashim Thači, che normalizza le relazioni tra i due governi riguardo al nord del Kosovo.

L’intesa è una svolta importante, in primo luogo perché offre finalmente una soluzione alla situazione dei comuni del Kosovo settentrionale a maggioranza serba, nonostante molto resti da chiarire, soprattutto per quanto concerne tempi e modi della sua attuazione pratica. L’accordo rappresenta altresì una vittoria per la politica estera di Bruxelles e un passo avanti per le prospettive di integrazione dell’intera regione balcanica.

Autonomia controllata
I quindici punti dell’accordo tracciano schematicamente gli elementi di un’autonomia dei comuni del nord del Kosovo a maggioranza serba, Mitrovica nord, Zvecan, Zubin Potok e Leposavic, che si uniranno in una associazione-comunità. Questa struttura, che dovrà sottostare alla costituzione e alle leggi del Kosovo, avrà la supervisione totale (full overview) in materia di sviluppo economico, istruzione, sanità e pianificazione del territorio. “Ulteriori competenze” potranno essere delegate dalle autorità centrali, presso le quali l’associazione-comunità avrà una forma di rappresentanza.

L’accordo elimina le parallele forze di polizia e sicurezza serbe del nord Kosovo, integrandole nella polizia di Priština: tuttavia i quattro comuni associati potranno proporre una rosa di nomi tra cui il governo kosovaro dovrà scegliere il capo della polizia nella loro area. I ranghi della polizia stessa dovranno essere in maggioranza serbi. Le strutture giudiziarie saranno anch’esse integrate in quelle di Pristina, ma la Corte d’appello centrale creerà un collegio per i comuni a maggioranza serba.

Inoltre, una sezione distrettuale della corte composta in maggioranza da giudici e personale serbi sarà stabilita a Mitrovica nord. Infine, elezioni nei quattro comuni si terranno entro l’anno con il supporto dell’Osce.

Per quanto l’accordo non lasci dubbi sulla sovranità di Priština sul nord del Kosovo, inquadrato com’è interamente nelle leggi kosovare, è impreciso dire che la sua firma da parte di Belgrado sia una sorta di riconoscimento implicito dell’indipendenza del Kosovo.

In realtà, l’accordo è strettamente limitato a garantire una forma di autonomia, controllata da Priština, ai serbi nel nord. Non vi è alcuna menzione per esempio dei legami tra questi ultimi e il governo serbo.

Peraltro, né l’Ue né il primo ministro Dacic hanno coinvolto i leader serbo-kosovari nei negoziati di Bruxelles. Infatti questa scelta sta già creando una frattura tra Belgrado e i serbi del Kosovo, i quali rifiutano i termini dell’accordo, sostenendo che di fatto li consegna al controllo di Priština, e chiedono un referendum limitato alla loro area. Dacic ha escluso il referendum e sostenuto che l’accordo è vantaggioso non solo per la Serbia, ma anche per i serbi del Kosovo.

Questo è sicuramente vero, ma il comportamento dei serbi del nord Kosovo è cruciale per l’attuazione dell’accordo e, di conseguenza, presenta rischi per il futuro del Kosovo. Ci si augura che i leader serbo-kosovari sceglieranno di accettare un accordo che, per quanto insoddisfacente ai loro occhi, presenta tuttavia delle notevoli opportunità, se adeguatamente attuato.

Continuare a mantenere una situazione di conflitto congelato sotto protezione internazionale, sperando irrealisticamente che la sovranità sul Kosovo del nord conti per Belgrado più dell’adesione all’Ue, sarebbe alla lunga insostenibile. Come ha rilevato l’esperto Gerard M. Gallucci, ex-diplomatico Usa, i serbi del Kosovo dovrebbero dimostrare lungimiranza e capire che si può modellare l’accordo andando “in direzione di un’autonomia speciale che ponga dei cuscinetti tra Pristina e i governi locali conservando nello stesso tempo l’integrità territoriale e politica del Kosovo e i legami dei serbi kosovari con la Serbia”.

Successo dell’Ue
Un simile approccio non solo dimostrerebbe una maturazione, quanto mai necessaria, della leadership serbo-kosovara, ma toglierebbe argomenti a coloro che a Priština usano il Kosovo settentrionale come elemento focalizzante della politica interna.

È importante che tutte le forze politiche del Kosovo capiscano che l’accordo siglato dal governo Thači è il migliore che si potesse ottenere. Da un lato, continuare a negare una forma di autonomia ai serbi del Kosovo, oltre che rischioso, sarebbe stato inaccettabile anche per i più solidi sostenitori internazionali di Priština.

Dall’altro, la combinazione tra una graduale integrazione dei serbi nella dialettica politica e un’opposizione che sposti la propria attenzione dal nord del Kosovo ai reali problemi del paese (economia, corruzione e governanza democratica), porterebbe certamente benefici e non passerebbe inosservata a Bruxelles. I prossimi mesi saranno decisivi in questo senso.

Dal punto di vista internazionale, l’accordo rappresenta una grande vittoria dell’Unione europea, ma soprattutto della sua politica estera, guidata da Catherine Ashton. Ma molto resta da fare anche da Bruxelles per favorire un esito positivo, come sopra delineato, in fase di attuazione dell’accordo.

Innanzitutto, le pressioni su Belgrado, soprattutto tedesche, se sono state utili a raggiungere la firma del 19 aprile, potrebbero essere controproducenti qualora mantenute nei prossimi mesi. Insistere per un’attuazione immediata e farne una condizione assoluta per la data d’inizio dei negoziati di adesione della Serbia non pare ora la strategia migliore.

Nello stesso tempo, le principali capitali europee dovrebbero contenere gli entusiasmi di Pristina e frenare per esempio la sua richiesta di un seggio all’Onu. Molto più utile sarebbe dare finalmente vigore al ruolo della missione europea Eulex (European Union Rule of Law Mission) nel combattere la corruzione in Kosovo.

L’accordo ha un significato evidente anche dal punto di vista del progetto di integrazione europea della regione balcanica. Certamente rafforza l’aggancio della Serbia all’Unione, tanto più necessario strategicamente in un momento di grande attivismo diplomatico ed economico russo e turco in tutta l’area.

Poter offrire a Belgrado, nell’anno in cui la Croazia diventa il 28mo membro dell’Ue, una concreta prospettiva di adesione, è una concomitanza positiva. Quanto al resto della regione, i passi avanti di Croazia e Serbia consolidano una tendenza generalmente favorevole e dovrebbero avere, a medio termine, effetti positivi anche sui paesi più in ritardo, come Albania, Macedonia e Bosnia Erzegovina.