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Africa

Il Mali torna a sperare

30 Ago 2012 - Danilo Ceccarelli - Danilo Ceccarelli

Mentre la zona settentrionale del Mali continua ad essere ostaggio dei gruppi terroristi islamici, a Bamako il presidente Dioncounda Traoré cerca di dare un segnale forte alla comunità internazionale formando un nuovo governo di unità nazionale. Dopo mesi di difficili trattative, il 20 agosto il presidente ad interim ha annunciato ufficialmente la creazione di un nuovo organico formato da 32 ministri, 8 in più rispetto al precedente.

In questo modo, il Mali cerca di trovare quella stabilità istituzionale che era venuta a mancare dopo il colpo di stato del 22 marzo. All’inizio di luglio, la Comunità economica degli stati dell’Africa dell’ovest (Cedeao) aveva imposto alle istituzioni maliane una sorta di ultimatum, obbligandole a formare un governo che potesse contrastare i gruppi ribelli del nord. La Cedeao è intenzionata ad intervenire con l’invio di un contingente di 3.300 soldati che affiancherebbero l’esercito nazionale, ma per fare ciò ha bisogno di una solidità politica nazionale.

Un governo che fa discutere
La costituzione del nuovo esecutivo è stata accompagnata da una scia di polemiche che sembrano non volersi attenuare. L’obiettivo principale delle critiche è il Primo Ministro Cheick Mobido Diarra, personaggio controverso che in questi ultimi mesi si è reso protagonista di una politica giudicata da molti insufficiente e superficiale. Il suo atteggiamento in sede di elezione ha provocato una serie di proteste da parte di una larga fetta della società civile, che ha denunciato un abuso di potere da parte del primo ministro.

Tra i 32 ministri eletti, 18 facevano già parte del precedente governo. Un cambiamento che sembra essere più un leggero rimpasto, soprattutto se si pensa che le cariche che sono state rielette sono politici fedeli a Diarra. L’influenza che il Primo Ministro ha esercitato nella nomina del nuovo governo mostra come il presidente della repubblica Dioncounda Traorè non riesca ad imporsi a livello politico-istituzionale. Nonostante le accuse, Diarra è riuscito a mantenere la sua carica senza scendere a compromessi con i diversi partiti.

La Cedeao però, sembra non aver dato molto peso a questi dibattiti interni, invitando il nuovo governo ad agire il più rapidamente possibile. Il presidente della commissione, Désiré Ouédraogo, ha dichiarato in un comunicato ufficiale che “si dovranno prendere le misure necessarie per risolvere al più presto i problemi attuali”. Per uscire dalla crisi geopolitica che in questi ultimi mesi ha destabilizzato il Mali, bisognerà agire su due linee guida: l’organizzazione di elezioni nazionali e la liberazione delle regioni del nord. La formazione di un nuovo governo è solo un primo passo verso la risoluzione dei problemi che stanno mettendo in ginocchio il paese.

Tentativi di dialogo
Mentre le istituzioni nazionali stanno cercando una via d’uscita, in questo ultimo mese si è cercato di instaurare un dialogo con i due gruppi islamici più importanti: quello di Ansar Dine e il Mujao ( Movimento per l’unicità della jihad nell’Africa dell’ovest ), entrambi legati ad Al Qaeda. Lo scopo principale di questi due gruppi è quello di instaurare la sharia (legge islamica) in tutta la zona del Sahel.

Il 7 agosto, il ministro degli Affari Esteri del Burkina Faso, Djibrill Bassolé, si è recato nei territori occupati in veste di mediatore della Cedeao. L’emissario è andato nelle città di Gao e Kidal, occupate rispettivamente dal Mujao e da Ansar Dine. Dopo lunghi colloqui intrattenuti con i leader dei movimenti islamici, Bassolè ha dichiarato che i djihadisti “hanno confermato il loro impegno nel trovare una via d’uscita pacifica” e che “bisogna sperare che i movimenti armati scelgano la via del dialogo”.

Anche la società civile si è mossa in questo senso. Tra il 17 e il 24 agosto, tre delegazioni della Coalizione per il Mali sono andate nei territori del nord per cercare un punto di contatto con gli occupanti. I delegati erano rappresentanti di diverse associazioni e partiti politici contrari ad un intervento armato. Nonostante i colloqui si siano svolti in un clima disteso, in cui entrambe le parti si sono dimostrate aperte al dialogo e alla collaborazione, non si è riusciti a trovare un compromesso. Lo scopo principale dei ribelli è quello di imporre la legge islamica alla popolazione locale che, dopo una serie di episodi di violenza da parte degli islamici, si sta mostrando sempre più intollerante nei confronti degli invasori islamici.

L’orgoglio nazionale del Mali
A tal proposito, in questi giorni si stanno raggruppando molti giovani nella regione di Mopti, nella parte centro-settentrionale del paese. Il loro scopo è quello di unirsi all’esercito maliano per combattere gli occupanti che da mesi tengono in scacco le regioni del nord. Più di 300 ragazzi si stanno addestrando sotto la guida di istruttori militari che gestiscono questo piccolo centro di reclutamento. Secondo Mamadoù Traoré, uno dei responsabili del campo, “bisogna capire la fierezza dei maliani. Si può essere povero e fiero e rifiutare tutto quello che può sembrare una dominazione”.

L’esercito nazionale e buona parte della popolazione è contraria all’intervento di forze esterne come la Cedeao. Molti soldati e civili fanno appello alla “fierezza nazionale” degli abitanti del Mali che da sola basterebbe a liberare il paese. A quanto pare, questi volenterosi giovani sembrano sottovalutare il potenziale dei gruppi islamici che ricevono un continuo appoggio da Al Qaeda. In questo caso, la paura di essere nuovamente colonizzati da una potenza esterna è forse più forte di quella nei confronti degli attuali invasori.

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