Una visione per l’Africa
“Cecil Rhodes voleva costruire la
strada CapeTown-Cairo per
interessi coloniali, ma noi possiamo farlo per i nostri interessi”
Jakaya Kikwete, Presidente della Tanzania (2012)
È alle carenze della rete infrastrutturale che va in gran parte attribuito il limitato sviluppo economico e sociale del continente africano. L’inadeguatezza della rete dei trasporti ha impedito, in particolare, ad alcuni paesi di diventare competitivi, rallentandone la crescita. Di questo soffrono soprattutto i paesi africani che non hanno sbocco sul mare.
Collegamenti
Eppure esiste un progetto, una vera e propria nuova “visione”, che intende portare l’Africa allo sviluppo attraverso le strade: il progetto Trans-Africa Highways. La cattiva condizione delle poche strade, e la conseguente inefficienza della rete logistica, annoverano i paesi africani tra i più cari del mondo per i costi di spedizione. Secondo alcune stime (1), i costi africani sono in media quattro volte più alti di quelli dei paesi sviluppati, e per chi non ha accesso diretto al mare il costo del trasporto incide fino al 77% sul valore totale della merce. Insieme all’energia, quindi, i trasporti costituiscono la vera strettoia sulla strada dello sviluppo africano.
Attualmente il 90% dei passeggeri e delle merci vengono trasportati su strada – la rete ferroviaria è tra le meno estese del mondo – e per le comunità agricole e i piccoli villaggi, la strada, spesso non asfaltata, è l’unico collegamento con il resto del continente e con i mercati. Le reti delle strade rurali africane sono nel complesso giudicate sufficienti per la loro estensione, ma la manutenzione è scarsa e saltuaria (2).
Il trasporto continentale, soprattutto delle materie prime verso le aree industriali, è sotto-dimensionato. Questo è il principale motivo dell’appello dell’Africa perché trasporti e infrastrutture vengano adeguati a standard internazionali o quantomeno resi funzionali. In realtà è ormai consolidata una visione pan-africana che auspica che i paesi del continente gestiscano le reti stradali sul proprio territorio sulla base della sovranità nazionale e della crescente competenza nella capacità gestionale. La Comunità economica regionale (Rec) potrebbe giocare un ruolo gestendo le questioni sub-regionali e cercando di affrontare problemi come lo standard tecnico e altro.

Questione politica
È da questa visione del continente che nasce un progetto che di fatto può esserne considerato l’emblema: la rete delle Trans-Africa Highways (Tah). Il concetto delle Tah potrebbe essere definito una rappresentazione plastica di un continente africano impegnato a indirizzare le risorse naturali e umane verso crescita sostenibile, sviluppo e cooperazione regionale.
Il progetto prevede un sistema di strade che unisce sud e nord e est e ovest dell’Africa. Prevede nove corridoi principali per un totale di quasi sessantamila chilometri, un quarto dei quali per colmare i collegamenti mancanti tra le strade già esistenti. Una volta ultimato, il progetto costituirà probabilmente il miglior sistema per l’integrazione regionale africana, perché collegherà quasi tutte le nazioni africane. I collegamenti interni, invece, dovranno essere gestiti a livello locale, per garantire una migliore funzionalità sul territorio.
La dimensione locale è diventata una questione politica, perché le reti stradali venivano considerate dai governi attraversati dalle Tah come questioni esclusivamente nazionali, con gravi conseguenze per la funzionalità dei collegamenti. L’isolamento, ha affermato nel gennaio 2012 il presidente del Sud Africa Jacob Zuma, deve essere superato: “il collo di bottiglia alle frontiere è il problema più serio del continente”. Se non si supereranno i problemi nazionali, infatti, sarà anche difficile assicurare i finanziamenti necessari per migliorare e completare la rete Tah.
Gli ostacoli finanziari e politici, tuttavia, non sono gli unici: l’assenza di manodopera qualificata è particolarmente sentita in alcuni paesi. Gli studi di fattibilità fino ad ora condotti son privi di qualsiasi valutazione di impatto ambientale. Anche il problema dei porti è serio: naturali vie di sbocco per i trasporti intercontinentali, attualmente presentano una serie di carenze che verrebbero moltiplicate dall’accelerazione dei commerci indotta dalla Tah.
Meles Zenawi, primo ministro etiope, ha affermato nel 2012 che: “il processo di capacity building è in atto in tutta l’Africa, e vede molti partner coinvolti, incluse Cina ed India”. La Cina, in particolare, sta determinando il futuro del continente con i suoi investimenti.
Sviluppo e integrazione
Il costo per il completamento della rete Tah è stato valutato in 47 miliardi di dollari in quindici anni, e porterà a benefici per 250 miliardi di dollari, nonché la possibilità di impiego per anni per circa 14 milioni di persone. La Commissione europea è un partner impegnato da anni nel miglioramento delle infrastrutture africane, e oggi dispone di progetti approvati e in corso di realizzazione per tre miliardi di euro.
Segmenti del progetto Tah sono in via di attuazione. In Tunisia è in atto la saturazione della principale arteria del paese, la Rn1, il cui completamento è previsto per il 2015. Ancora, l’African Development Bank (Afdb) il 21 giugno del 2011 ha approvato un prestito di 137,34 milioni di euro per finanziare la costruzione di una autostrada che collega Gabes a Ras Jedir. Si tratta di 195 chilometri di strada a due carreggiate e doppia corsia diretta al confine con la Libia.
Contribuiscono altri partner come la Japan International Cooperation con 136,47 milioni di euro, e il governo Tunisino con 181 milioni di euro. È prevista l’assunzione di duemila lavoratori a tempo determinato per la costruzione, e altri centosessanta a tempo indeterminato per la manutenzione. Il dato più interessante è che almeno 30.000 posti di lavoro verrebbero creati nel solo campo dei servizi e del turismo, una volta completata l’arteria, un segmento della prevista Trans African Highway n. 1 (Cairo-Dakar).
L’Africa dimostra di sapere ormai che un sistema di trasporti migliore è strumento fondamentale per lo sviluppo, l’integrazione regionale, i rapporti con il resto del mondo.
Da tutto questo processo restano però esclusi diversi paesi: Burundi, Eritrea, Somalia, Guinea Equatoriale, Lesotho, Malawi, Rwanda, Swaziland e Sud Sudan. Tra questi, la maggior parte è isolata, afflitta dalle condizioni di vita più difficili e dai conflitti più dannosi.
(1) “The AU/NEPAD African Action Plan 2010/2015”, http://www.oecd.org/dataoecd/27/32/44326734.pdf.
(2) Wait, M. “Trade corridors key focus area for sub-Saharan African governments” in Engineering news online, 24/02/2012 http://www.engineeringnews.co.za/article/trade-corridors-key-focus-area-for-sub-saharan-african-governments-2012-02-24.
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