Balcani più vicini all’Ue
Il 2012 è iniziato bene per i Balcani. Dopo l’annuncio nel dicembre scorso che la Croazia, il 1° luglio 2013 diventerà il 28mo membro dell’Unione europea (e il successivo referendum, vinto dal sì con il 66,3% contro il 33,1% dei no, come riportato da Giovanni Casa su questa rivista), anche la Serbia fa un passo avanti, ottenendo il 1° marzo dal Consiglio europeo lo status di paese candidato. Certamente un passo storico, considerando il ruolo di Belgrado nel-le guerre balcaniche degli anni ‘90.
Serbia e Kosovo
Quest’ultima decisione di Bruxelles è maturata solo dopo un duplice accordo tra Serbia e Ko-sovo, il primo che regola il presidio della frontiera tra i due paesi, il secondo che stabilisce il riconoscimento informale da parte serba della presenza di Priština in consessi internazionali. In precedenza, il Kosovo non poteva apparire col proprio nome, ma solo come territorio sotto giurisdizione Onu. Tale intesa apre la strada anche a Priština per uno studio di fattibilità su un eventuale accordo di stabilizzazione e associazione (Asa).
Dal punto di vista dell’integrazione europea, buone notizie arrivano anche dal Montenegro, i cui negoziati per l’adesione inizieranno nel luglio 2012. La strada non sarà breve, consideran-do i problemi economici del piccolo paese e la difficoltà del governo ad applicare nuove leggi e assicurare l’efficiente funzionamento delle istituzioni.
Altra buona notizia: dopo un anno estremamente difficile, la Bosnia Erzegovina ha finalmente un nuovo governo centrale, frutto di un accordo tra i sei partiti principali negli ultimi giorni del 2011, confermato dal parlamento ai primi di febbraio. Spinti soprattutto dalle gravi diffi-coltà economiche del paese, i leader politici hanno poi rapidamente approvato due importanti riforme: le leggi sulla previdenza sociale e sul censimento (l’ultimo fu nel 1991), poste come condizioni da Bruxelles per l’attivazione dell’Asa. Un’altra condizione resta ancora disattesa, ed è la riforma per portare la costituzione bosniaca in linea con la Corte europea in materia di diritti delle minoranze e di libertà di voto.
L’effettivo superamento di quest’ostacolo (al momento, tutt’altro che scontato) sarà non tanto un’indicazione della solidità del nuovo governo di Sarajevo, quanto la conferma dell’efficacia del nuovo assetto della comunità internazionale in Bosnia, con il nuovo rappresentante specia-le dell’Unione Peter Sorensen e la delegazione Ue che hanno soppiantato (de facto se non de jure) il vecchio Ufficio dell’Alto rappresentante (Ohr). Un test, quindi, anche sulla coerenza della strategia europea in Bosnia.
Strada in salita
I pur importanti progressi di cui sopra non devono però far pensare che la strada dei Balcani verso Bruxelles sia ormai in discesa. L’accordo tra Serbia e Kosovo è stato strappato a un go-verno serbo alla vigilia di elezioni, e il presidente Boris Tadic ha scommesso tutto sulla can-didatura europea per vincere le prossime consultazioni. Consapevole di questo, il negoziatore principale dell’Ue, Robert Cooper, ha giocato bene le sue carte per ottenere il massimo. Inol-tre, la Serbia attende ora una data per l’avvio dei negoziati, cosa che potrebbe facilitare Bru-xelles nell’ottenere ancora qualcosa da Belgrado.
Non è chiaro quanto gli elettori serbi comprendano del processo di adesione all’Unione. Certo è che i partiti di opposizione nazionalisti non hanno perso l’occasione per rilevare che, a loro avviso, la candidatura europea è stata pagata a caro prezzo. In sostanza, rinunciando definiti-vamente a ogni pretesa serba sul Kosovo.
Altri oppositori minimizzano l’importanza della candidatura, il che equivarrebbe a dire, come scritto dal settimanale inglese The Economist, che comprare il biglietto del treno non porta necessariamente più vicini alla destinazione. Certo la Serbia dovrà lavorare ancora mol-to per ottenere l’apertura dei negoziati, ma come ha dichiarato Milica Delevic, a capo dell’Ufficio serbo per l’integrazione europea, “la conferma della rotta è importante”.
Neppure a Priština l’accordo con Belgrado è stato accolto unanimemente. L’opposizione rim-provera al governo di Hashim Thaçi di aver regalato la candidatura europea alla Serbia in cambio di una “nota a piè di pagina”. L’accordo prevede infatti che in riunioni internazionali il nome “Kosovo”, privo della definizione “Repubblica”, sia accompagnato da un riferimento alla risoluzione Onu 1244 (che non ne prevedeva l’indipendenza) e alla decisione della Corte internazionale di Giustizia che sanciva invece nel 2008 la legalità della dichiarazione d’indipendenza unilaterale di Priština. Edita Tahiri, negoziatrice del governo, afferma che l’accordo è un “riconoscimento de facto dell’indipendenza del Kosovo”. Quanto alle prospettive di un Asa per Priština, gli scettici non mancano di sottolineare che ben cinque pa-esi Ue non ne hanno ancora riconosciuto l’indipendenza.
Crisi di fiducia
I prossimi mesi ci daranno indicazioni sugli sviluppi futuri dei vari dossier balcanici. D’altronde occorre ripetere che l’allargamento dell’Unione è una questione del tutto seconda-ria nelle discussioni sull’Europa tra le grandi capitali continentali.
Le conclusioni del Consiglio europeo dell’1-2 marzo parlano da sole: a fronte di due pagine sulla politica economica, pochi paragrafi sono dedicati alla “politica estera”. E le decisioni sull’allargamento non sono incluse in questo capitolo, ma in “altre questioni”.
L’allargamento dell’Unione, in altre parole, viene in gran parte portato avanti dalla burocrazia di Bruxelles e i capi di governo sono chiamati a prendere decisioni soltanto nei momenti cru-ciali.Inoltre, la strategia dell’allargamento può sempre essere vittima di interessi particolari di na-zioni grandi e piccole. Per esempio, la candidatura europea della Macedonia è sempre blocca-ta dalla disputa con la Grecia per il nome. Vista la situazione della Grecia, qualcuno potrebbe pensare opportuno spingere discretamente Atene a qualche concessione, in cambio dei mas-sicci aiuti economici ricevuti da Bruxelles. Ma, a riprova che l’allargamento non è la principa-le preoccupazione di molte capitali, nessuno ha osato proporlo.
Il problema non è soltanto la gravità e la centralità della crisi economica. Le discussioni ai vertici Ue sulla crisi rendono evidente che la coesione interna dell’Unione si è profondamente indebolita. Come ha scritto di recente il politologo tedesco Wolf Lepenies, “il problema cen-trale dell’Europa non è né una crisi dell’Euro né una crisi del debito pubblico, ma una crisi di fiducia”. Chiarire gli obiettivi tanto interni quanto esterni, e restituire all’allargamento euro-peo, così come all’azione internazionale dell’Europa, il giusto respiro strategico contribuireb-be senza dubbio a una maggiore fiducia dell’Europa in sé e nel suo progetto.
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