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Referendum di adesione

Il freddo abbraccio della Croazia all’Ue

31 Gen 2012 - Giovanni Casa - Giovanni Casa

È un sì che appare tiepido quello venuto dagli elettori croati nel referendum che ha sancito l’adesione all’Ue, svoltosi il 22 gennaio. Il trionfo dei sì, che hanno ottenuto il 66,3% contro il 33,1% dei no, è stato appannato dalla grande astensione, la maggiore nella storia della giovane democrazia europea. Infatti, ha votato solo il 43,5% degli aventi diritto, anche se per la validità della consultazione non era previsto alcun quorum. La Croazia diverrà il 28° paese dell’Unione il prossimo 1° luglio 2013, dopo che i Parlamenti degli altri 27 Stati avranno ratificato il Trattato di adesione, firmato a Bruxelles lo scorso 9 dicembre.

L’Europa entra in Croazia
Sulla scarsa partecipazione possono aver pesato una certa stanchezza elettorale dopo le recenti consultazioni politiche, la crisi che attanaglia l’Ue, il timore dei sacrifici che attendono la popolazione, l’annunciato aumento dell’Iva (Pdv) e la paura per le privatizzazioni, in particolare nel settore della cantieristica che coinvolge città importanti, da Spalato a Fiume. Tuttavia, un’attenta lettura delle cifre svela un quadro che difficilmente si riscontra in altri paesi. Il numero degli aventi diritto al voto è analogo a quello complessivo degli abitanti; inoltre vi è il dato della doppia residenza di chi, croato, si troverebbe contemporaneamente sia in Croazia sia in Bosnia-Erzegovina; infine è stata registrata nelle liste anche la presenza di defunti.

Secondo diversi osservatori, una revisione avrebbe portato a una partecipazione intorno al 60%, in linea con quanto avevano previsto i sondaggi della vigilia, “ripulendo” gli elenchi di circa 900 mila elettori “fantasma”. Gli analisti aggiungono che gran parte degli astenuti e dei contrari, in realtà, più che contestare la collocazione internazionale del paese, ha inteso criticare l’élite politica, compatta nel sostenere il sì all’adesione. Quale che sia lo stato delle cose, la percentuale dei votanti coincide curiosamente con quella generale registrata alle ultime elezioni del Parlamento europeo, svoltesi nel giugno del 2009, quando solo 9 dei 27 paesi registrarono un’affluenza superiore al 50%.

Analizzando nel dettaglio, solo cinque contee su 21 hanno avuto una partecipazione oltre il 50%: il primato è per Zagabria città (55,1%), davanti a Varadžin (53,7%), Zagabria provincia (52,8%), Međimurje (51,8%) e la regione di Fiume (50,2%), mentre la vicina Istria si è fermata sulla soglia (49,2%). Il record dell’astensionismo va invece alla regione di Lika e Segna (34,5%), tra le più povere del paese. Sotto il 40% anche le regioni di Vukovar, Zara e Sebenico. L’euroscetticismo segna il risultato migliore in Dalmazia: le circoscrizioni di Spalato e Dubrovnik sono le uniche dove il “no” ha superato la soglia del 40%.

Il risultato sembra in contrasto con una realtà europea e cosmopolita, al centro di un grande flusso turistico. Va ricordato, tuttavia, un generale un sentimento di ostilità nei confronti della capitale e, nello specifico, la condanna del Tribunale dell’Aja per crimini di guerra nei confronti del generale Ante Gotovina (un dalmata), una sentenza che ancora pesa. Il paradosso è che la regione maggiormente filo-Ue risulta essere la Slavonia, la più lontana dal cuore dell’Europa.

“Addio ai Balcani”
Il voto è stato comunque accolto con grande favore dalla classe dirigente croata. Il presidente della Repubblica, Ivo Josipović, ha affermato di essere “felice perché ora l’intera Europa sarà la nostra casa. È importante che la Croazia entri in Europa, ma lo è ancora di più che l’Europa entri in Croazia”. Il primo ministro, il socialdemocratico Zoran Milanović, ha definito l’esito del referendum come “la scelta del millennio” e ha aggiunto, riferendosi alla lunga anticamera, che “mai nella nostra storia una decisione è stata ponderata così a lungo”. Anche la leader dell’opposizione, l’ex premier Jadranka Kosor, ha espresso la sua soddisfazione, ricordando di essere fiera di avere guidato il governo che ha concluso i negoziati di adesione.

Commenti positivi sono inoltre giunti dai maggiori esponenti delle istituzioni comunitarie, i quali però ricordano che la Croazia sarà “monitorata” nel periodo che precede l’ingresso formale. Il voto è stato visto come uno spartiacque nella storia recente della Croazia, che pone fine al dilemma della collocazione internazionale dopo il collasso dell’ex Jugoslavia, sancito dai conflitti della prima metà negli anni novanta. Questo è l’ultimo passo, dopo la scelta di entrare nell’Alleanza atlantica e la normalizzazione dei rapporti con la Serbia. Alcuni commentatori hanno parlato di un esito elettorale che sancisce “l’addio ai Balcani”, ritenendo la collocazione europea una sorta di polizza di assicurazione contro le convulsioni della regione.

Se l’euforia di anni fa è comunque svanita e si è tinta di scetticismo, resta il fatto che l’adesione all’Ue costringerà ad accelerare la modernizzazione del paese. Sul piatto, però, non ci saranno solo sacrifici. Dopo il luglio 2013, infatti, sono pronti i fondi strutturali europei che ammontano a un miliardo di euro per un anno e mezzo. Il nuovo governo sta definendo la manovra di risanamento finanziario che punta a ridurre di 5,3 miliardi di kune (l’1,6% del pil) il deficit di bilancio con tagli alle spese. Dal prossimo marzo l’Iva sarà aumentata dal 23% al 25% e saranno ritoccati gli scaglioni di reddito in base ai quali si stabiliscono le aliquote. Si cercherà anche di incrementare gli investimenti statali per finanziare i progetti in grado di diminuire le importazioni e incentivare le attività produttive.

L’ingresso della Croazia nell’Ue sancisce probabilmente una lunga pausa nel processo di ampliamento. I colloqui con la Turchia segnano il passo e il sostegno dell’opinione pubblica è in forte calo rispetto al passato. Anche in Islanda – l’altro paese che ha ottenuto l’apertura dei negoziati – i cittadini hanno raffreddato non poco l’interesse iniziale. La forte crisi che attraversa l’Ue impone oggi altre priorità.

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