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Referendum sull’adesione

Croazia a un passo dall’Ue

16 Gen 2012 - Giovanni Casa - Giovanni Casa

I sondaggi sembrano non lasciare margine al dubbio: il referendum del 22 gennaio sull’adesione della Croazia all’Ue vedrà la netta vittoria dei “sì”. Secondo gli ultimi rilevamenti, infatti, la quota dei favorevoli è intorno al 58%, mentre i contrari sono il 23%. Il Trattato di adesione di Zagabria è stato firmato lo scorso 9 dicembre, durante i lavori di un cruciale Consiglio europeo impegnato ad affrontare la tempesta della moneta unica. L’ingresso effettivo è previsto per il 1° luglio 2013, quando la Croazia diverrà il 28° membro dell’Unione, dopo l’approvazione del referendum e la ratifica dei Parlamenti dei 27 Stati Ue.

Spartiacque
Il nuovo governo di centrosinistra, nato dalle elezioni del 4 dicembre, ha subito iniziato una campagna di informazione in vista della scadenza referendaria, sostenuto dal fatto che tutte le maggiori forze politiche si sono espresse a favore. Si oppongono solo il gruppo “Consiglio per la Croazia – no all’Ue” e un partito minore ultranazionalista (Hsp), ma il loro seguito non pare preoccupare i partiti impegnati nel concludere la lunga marcia di avvicinamento al traguardo europeo. La domanda di adesione è del febbraio 2003, mentre il negoziato ha avuto inizio nell’ottobre 2005, per concludersi lo scorso giugno.

Prima dell’ingresso formale, la Croazia avrà lo status di “osservatore attivo” nelle varie istituzioni comunitarie, con propri rappresentanti che potranno familiarizzare con le procedure e i processi decisionali dell’Unione. Tra questi, vi saranno dodici deputati al Parlamento europeo, il cui rinnovo è in calendario nel giugno 2014.

Ogni sei mesi, la Commissione Ue pubblicherà un “Rapporto di monitoraggio” sui temi in sospeso, l’agenda e i risultati raggiunti. I dossier più “caldi” sono la lotta alla corruzione, la riforma delle finanze pubbliche e la ristrutturazione economica, con un ruolo di primo piano per la privatizzazione della cantieristica navale. Questo è uno degli obblighi che il governo croato si è assunto chiudendo il capitolo negoziale della libera concorrenza. Va ricordato che i cantieri hanno un’importanza strategica per lo sviluppo delle città in cui sorgono e delle rispettive regioni. Tra di loro, impiegano migliaia di addetti il fiumano Tre Maggio e lo spalatino Brodosplit, coinvolgendo così le maggiori aree metropolitane dopo la capitale.

Il referendum segna una sorta di spartiacque nella storia della Croazia di oggi, perché chiude il problema della collocazione internazionale del paese, apertosi dopo il collasso della Jugoslavia agli inizi degli anni novanta. Adesione alla Nato (aprile 2009), normalizzazione dei rapporti con la Serbia e ingresso nell’Ue sono stati i cardini di questo processo, che arriva a conclusione venti anni dopo la proclamazione dell’indipendenza.

L’unico nodo pendente è la soluzione del contenzioso con la Slovenia per i confini, in prevalenza quelli marittimi. Nel novembre del 2009, Lubiana e Zagabria hanno siglato un accordo che prevede la creazione di un tribunale internazionale di arbitrato. Croati e sloveni hanno già scelto il loro rappresentante nel tribunale, mentre è imminente la decisione dell’Ue circa i suoi tre giudici, uno dei quali sarà il presidente.

Crisi e modernizzazione
Le priorità dell’agenda passano ora al fronte interno, con l’obiettivo della modernizzazione del giovane Stato, anche grazie ai fondi comunitari. Il voto sull’Europa arriva mentre la Croazia è colpita pesantemente dalla crisi economica. La disoccupazione è giunta al 17,9% lo scorso novembre, il debito pubblico è al 45% del Pil, mentre il debito estero è di 47,2 miliardi di euro, il 102% del Pil. Il rapporto deficit/Pil sta per superare il 6%, il dato peggiore degli ultimi 8 anni. Dopo quasi due anni di recessione, si è registrato nel 2011 un timido aumento dello 0,5% del Pil, dovuto all’impulso del settore del turismo, che da solo produce quasi il 20% della ricchezza nazionale. Tuttavia, secondo le previsioni della Banca mondiale, per il 2012 ci sarà di nuovo il segno negativo.

La scure nella spesa pubblica dovrà toccare il welfare, il settore statale e l’agricoltura, costringendo il governo, guidato dal socialdemocratico Zoran Milanović, a miracoli di equilibrismo. Saranno necessarie riforme strutturali per favorire gli investimenti esteri, ora ostacolati da procedure burocratiche, carichi fiscali e legislazioni sul lavoro ritenute rigide. Va sottolineato che gli investimenti diretti esteri sono passati da 4,195 miliardi di euro nel 2008 a 2,096 nell’anno successivo, mentre per i primi 9 mesi del 2010 si sono ridotti a 1,170.

In questo quadro, l’Italia ha consolidato il proprio primato nell’interscambio commerciale con la Croazia, guidando le importazioni nel 2010 con il 15,2%, davanti a Germania, Russia e Cina, e le esportazioni con il 18,7%, precedendo Bosnia-Erzegovina, Germania e Slovenia. Inoltre, la presenza italiana è significativa nel settore bancario: i due gruppi principali, Unicredit e Intesa San Paolo, controllano le due maggiori banche locali, rispettivamente Zagrebačka Banka e Pbz, che rappresentano circa il 45% del mercato nazionale.

Nuova frontiera
All’indomani dell’insediamento del nuovo governo croato, il ministro degli esteri italiano, Giulio Terzi, ha avuto un colloquio telefonico con la collega Vesna Pusić, alla quale ha espresso la volontà dell’Italia di rafforzare a tutti i livelli i rapporti bilaterali, ribadendo il convinto sostegno offerto all’allargamento dell’Ue a Zagabria, alla luce dell’impegno per la cooperazione regionale e la politica di vicinato.

Con l’adesione, la Croazia diventerà una frontiera esterna dell’Unione. Si ritiene che Zagabria entrerà nell’area Schengen almeno tre anni dopo l’ingresso formale nell’Ue. Il confine che desterà maggiori problemi è quello con la Bosnia-Erzegovina, lungo svariate centinaia di chilometri, assai poroso e non facilmente controllabile senza il sostegno di tecnologie sofisticate. Un ulteriore ampliamento dell’Ue, del resto, appare al momento improponibile, se non surreale, data la forte crisi che investe l’Unione e i suoi gracili meccanismi decisionali.

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