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Strategia europea

L’integrazione a due velocità dei Balcani

2 Nov 2011 - Andrea Cellino - Andrea Cellino

Vista dai periferici Balcani, l’attuale crisi economica e istituzionale dell’Europa appare distante. Mentre i leader europei discutono sul futuro della moneta unica e su come rafforzare gli strumenti comuni per far fronte alla crisi finanziaria, la Commissione europea ha trasmesso al Consiglio e al Parlamento la sua strategia per l’allargamento nei prossimi due anni.

Analizzato nei ministeri dei paesi membri (che dovranno dare il loro responso al vertice di dicembre), ma trascurato dai media, il documento domina invece il dibattito politico e mediatico nella regione da alcune settimane.

Ciò non stupisce, se si pensa che allargamento dell’Ue vuol dire principalmente integrazione dei Balcani, dove si trovano ben sette dei nove paesi presi in esame dalla strategia della Commissione. Mentre i processi di adesione all’Unione di Turchia e Islanda seguono strade del tutto particolari, l’allargamento ai Balcani implica precise interrelazioni e esigenze di coordinamento. Non solo per ragioni geografiche.

Luci e ombre
La lettura della strategia, insieme a quella delle annuali relazioni sui progressi compiuti dai singoli paesi, dipinge un’evoluzione regionale a due velocità. Pur con le dovute sfumature, indica alcuni stati “virtuosi” in cui le riforme hanno fatto decisi balzi in avanti, e altri stati che invece hanno segnato il passo.

Tra i primi, spicca ovviamente la Croazia, cui la Commissione ha dato parere positivo per l’ingresso nell’Unione nel luglio del 2013. Segnale concretamente positivo anche per il Montenegro e, pur con qualche distinguo, per la Serbia. Analisi negative invece per Albania, Bosnia Erzegovina e Kosovo. La Macedonia, pur essendo stata giudicata già lo scorso anno pronta ad iniziare i negoziati per l’adesione, si trova sempre bloccata dalla disputa con la Grecia sul suo nome ufficiale.

L’allargamento ai Balcani segue una logica regionale non solo per ragioni storiche e di sviluppo economico-sociale, ma soprattutto perché numerose condizioni poste per l’adesione dei singoli hanno una forte dimensione comune. È il caso, per esempio, dei crimini di guerra commessi durante i conflitti degli anni ’90 e della cooperazione con il Tribunale dell’Aja. Questione che, nell’anno in corso, si è avviata verso la soluzione definitiva con la cattura degli ultimi due criminali fuggitivi, Ratko Mladic e Goran Hadzic. Uno sviluppo di cui si avvantaggia sicuramente la Serbia, ma che apre anche positive prospettive di cooperazione tra le istituzioni giudiziarie della regione.

Un altro importante elemento regionale per la Commissione, è la necessità di una svolta dopo gli anni dominati dalla retorica della “stanchezza da allargamento” (enlargement fatigue) seguita al big bang del 2005, che portò dieci nuovi membri all’Unione.

Il forte segnale positivo alla Croazia è quindi anche un modo per confermare che l’Unione mantiene gli impegni presi a Salonicco nel 2003 e che l’allargamento continua anche in tempi di crisi economica. Segnale ribadito dalla raccomandazione di aprire i negoziati di adesione al Montenegro, paese che con i suoi 600 mila abitanti non suscita le preoccupazioni dei membri più ostili a un’Unione allargata.

L’elezione del giovane e riformista Igor Luksic alla carica di premier a Podgorica, al posto del controverso Milo Djukanovic, ha sicuramente avuto un ruolo determinante nel giudizio complessivo. I negoziati potrebbero infatti già aprirsi nella primavera/estate 2012.

Nodo Serbia
La Serbia, da sempre paese chiave nella regione, ha ricevuto invece un giudizio solo parzialmente positivo. La Commissione raccomanda di elevare Belgrado al rango di paese candidato, visti i progressi fatti in molte aree e la raggiunta solidità amministrativa necessaria per poter affrontare il complesso processo di adesione. Tuttavia, il paese ha ancora “sfide importanti” da affrontare in aree come la giustizia, la sicurezza, il settore finanziario, l’agricoltura e l’ambiente.

Ma per Belgrado resta soprattutto da sciogliere il nodo Kosovo. Anche se il riconoscimento dell’indipendenza non è una condizione per l’adesione (cinque paesi dell’Ue non l’hanno ancora fatto), la Serbia si deve impegnare a migliorare le relazioni con tutti i vicini. I negoziati diretti con Pristina iniziati quest’anno lasciavano ben sperare, ma la recente crisi sul controllo delle frontiere nel nord del Kosovo, che li ha interrotti, potrebbe pesare sulla decisione dei paesi membri in dicembre riguardo alla candidatura di Belgrado.

Mantenere aperta a livello regionale la prospettiva di adesione all’Unione è fondamentale anche perché, come indica lo stesso documento strategico, “la politica dell’allargamento si è dimostrata un potente strumento per la trasformazione delle società”. Un incentivo, in altre parole, ad accelerare le riforme per i paesi che, come Albania, Bosnia Erzegovina e Kosovo, sono ancora lontani dall’adesione.

I giudizi negativi per Tirana e Sarajevo, che pur alla fine del 2010 avevano ottenuto la liberalizzazione dei visti per la zona Schengen, sono dovuti alla totale, o quasi, mancanza di progressi sulle riforme richieste da Bruxelles. L’Albania è rallentata dalla crisi politica e dalla polarizzazione del paese tra i sostenitori del governo Berisha e l’opposizione socialista di Edi Rama. Serie riforme nel campo della pubblica amministrazione e della giustizia hanno segnato il passo.

La Bosnia è ancora priva di un governo centrale a più di un anno dalle elezioni. Questo blocca, tra l’altro, le riforme richieste da Bruxelles, soprattutto quella costituzionale volta ad eliminare le discriminazioni etniche, resa ancora più urgente da un giudizio della Corte europea del 2009. La Commissione reputa inoltre che il paese non abbia fatto progressi in tema di riforme finanziarie strutturali, di lotta alla corruzione, di rafforzamento del settore giudiziario (spesso oggetto di attacchi politici) e manchi di una chiara direzione futura, a causa della profonda frammentazione politica.

Stallo Kosovo
Per quanto concerne il Kosovo, il giudizio di Bruxelles è severo sulla conduzione delle elezioni parlamentari e presidenziali, segnate da accuse di brogli e inadempienze amministrative.

Il governo di Hashim Thaci, pur ritenuto “credibile” nel suo impegno a riformare, non ha compiuto progressi in campo economico, nella lotta alla corruzione e al crimine organizzato e nella riforma dell’amministrazione.

La crisi dei posti di frontiera nel Kosovo settentrionale, in particolare, oltre a mettere in questione il ruolo di Belgrado, ha destato forti dubbi sulla capacità di Pristina di affrontare il problema della minoranza serba nel nord. Anche se, in questo frangente, le scelte della comunità internazionale non sono state prive di pecche, visto che l’azione di polizia non è stata sostenuta da sufficienti iniziative diplomatiche.

Come si orienteranno al vertice di dicembre i paesi membri sul rapporto della Commissione? In generale, dovrebbero accettare le raccomandazioni contenute nel documento strategico. L’unico dubbio resta la candidatura della Serbia. Un via libera dei 27 favorirebbe, in vista delle elezioni del 2012, lo schieramento di Boris Tadic a scapito dei nazionalisti. Allo stesso tempo, occorre convincere la Serbia a riprendere i negoziati con il Kosovo. Come spesso accade, i due paesi chiave potrebbero essere Germania e Francia.

La prima, tradizionalmente il miglior alleato di Pristina, potrebbe bloccare la candidatura della Serbia in mancanza di un atteggiamento più compromissorio di Belgrado. E anche Parigi, in clima elettorale per le presidenziali nel 2012, potrebbe frenare sulla questione a causa dell’impopolarità dell’allargamento dell’Ue. Ma la strategia di Bruxelles potrebbe in ultima analisi diventare semplicemente vittima della crisi dell’euro e delle istituzioni comunitarie. Un esito che, naturalmente, porterebbe la crisi stessa al centro dell’attenzione anche nei periferici Balcani.

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