IAI
Riconoscimento dello Stato

La lunga scalata dei palestinesi

6 Ott 2011 - Arturo Marzano - Arturo Marzano

A due settimane dalla presentazione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cds) della richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese, l’ondata di entusiasmo e apprezzamento che si respira nei Territori occupati palestinesi (Top) per l’operato del presidente dell’Autorità palestinese (Ap) Abu Mazen non è assolutamente diminuita. Ritenuto sino a sei mesi fa dalla maggioranza dei palestinesi un leader debole, incapace di farsi rispettare da israeliani e americani, Abu Mazen ha avuto la sua rivincita, resistendo alle pressioni americane e andando avanti per la sua strada.

Sfida agli Usa
La battaglia, peraltro, va avanti tuttora. Forte dei voti dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), cui si aggiunge quello sicuro del Libano, e quelli possibili di Gabon, Nigeria e Bosnia, Abu Mazen prosegue nella propria “sfida” agli Stati Uniti. La richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese è attualmente sotto esame del comitato per l’ammissione di nuovi Stati alle Nazioni Unite (composto dai 15 paesi membri del CdS), cui spetta il delicato compito di decidere se dare un parere positivo, trasmettendo la questione allo stesso CdS, o negativo, bloccando la candidatura palestinese.

Le ricadute politiche della decisione del comitato saranno molto rilevanti. Gli Stati Uniti non vogliono vedersi costretti a mettere il veto nel Cds, perché sanno che costerebbe caro in termini di relazioni con il mondo arabo. Non sarebbe certamente il primo veto posto dagli Stati Uniti a risoluzioni del Cds contrastate da Israele. Dal 1972, se ne contano 42. Questo voto, tuttavia, sarebbe ben più problematico dei precedenti. Non serve sottolineare come il Medioriente sia profondamente cambiato negli ultimi sei mesi.

Le rivoluzioni arabe non sono state anti-americane, e in alcuni casi – su tutti, la Libia – gli Usa sono stati percepiti positivamente dall’opinione pubblica araba. L’eventuale veto alimenterebbe un’ondata di anti-americanismo, mettendo in discussione il lento percorso di ricucitura con il mondo arabo su cui Obama ha tanto investito fin dal suo insediamento. Si tratta di un rischio che Washington vuole evitare a tutti i costi, e ciò spiega, da un lato, il tentativo di insabbiare la proposta prima che arrivi al Cds e, dall’altro, il forcing messo in atto perché le negoziazioni israelo-palestinesi ripartano in tempi rapidi.

Negoziato improbabile
Nelle speranze americane, un rilancio dei negoziati – con l’idea di giungere in tempi rapidi ad un accordo – dovrebbe convincere l’Ap a desistere dalla richiesta di riconoscimento dello Stato, eviterebbe a Washington il ricorso al veto, salverebbe i rapporti col mondo arabo e contemporaneamente garantirebbe Israele. La quadratura del cerchio, insomma. Così va letta la proposta formulata dal Quartetto (Usa, Russia, Ue, Onu) la settimana scorsa: un percorso rapidissimo per raggiungere la pace; un mese per tornare ai negoziati, tre per formulare proposte su frontiere e sicurezza, e un anno per arrivare all’accordo definitivo.

Il negoziato, tuttavia, con ogni probabilità non ripartirà. Abu Mazen, infatti, non può accettare di tornare a quel tavolo negoziale da cui si è tenuto distante nell’ultimo anno, a meno che Israele non sia disposto ad un congelamento nella costruzione dei nuovi insedimenti. Ne andrebbe della sua sopravvivenza politica, così come di tutta Fatah. Hamas, che ha scelto di non appoggiare la proposta dell’Ap per prenderne le distanze, è per ora in forte calo nei consensi. Ma non aspetta altro che approfittare di un passo falso di Abu Mazen. Il ritorno al negoziato senza un congelamento degli insediamenti lo sarebbe.

Così come sarebbe una sconfitta se Abu Mazen non fosse in grado di capitalizzare, in qualunque modo, il sostegno che ha ottenuto dall’opinione pubblica palestinese. È fondamentale che quanto seminato negli ultimi mesi porti ad un raccolto, per quanto magro. Altrimenti, il rischio è che il vento di gioia e speranza che soffia nei Top lasci nuovamente spazio alla frustrazione e, in un secondo tempo, ad una nuova ondata di violenza.

Vietato fallire
Dal canto suo, il primo ministro israeliano Netanyahu, che ha accettato la proposta del Quartetto pur con riserve, non ha alcun motivo per acconsentire al congelamento degli insediamenti che chiede l’Ap. La recente decisione di costruire 1.100 unità abitative a Gerusalemme est lo conferma, se ci fossero stati dubbi al riguardo. D’altronde, Washington non è in grado di fare alcuna pressione sul governo israeliano e nei prossimi mesi tale capacità sarà ancora minore. La campagna elettorale americana è alle porte e il partito repubblicano ha già fatto della difesa di Israele uno dei leit motiv con cui intendono sottrarre voti a Omaba, ritenuto troppo poco filo-israeliano.

Una possibilità, al momento completamente teorica, è che l’Ap acconsenta ad un ritorno al tavolo negoziale in cambio di un incentivo. La proposta del presidente francese Sarkozy – dare all’Ap lo status di Stato non-membro dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite – potrebbe, forse, rappresentare un compromesso. Il governo tedesco, dopo la nuova tensione diplomatica con Israele a seguito della ricordata decisione di costruire 1.100 unità abitative a Gerusalemme Est, sembrerebbe disposto a appoggiare la proposta francese.

La comunità internazionale, mai come in questo momento, è a un bivio. Sostenere Abu Mazen è la sola chance perché l’opinione pubblica palestinese continui a credere nella moderazione e nella non-violenza. Per far questo, è necessario che Abu Mazen porti a casa un risultato, anche simbolico. La decisione del Congresso americano di congelare 200 milioni di dollari di aiuti già promessi per il 2012 all’Ap come sorta di ritorsione per la richiesta presentata al Cds va esattamente nella direzione opposta. Ancora una volta, davanti all’incapacità americana di essere un attore imparziale, l’Ue è chiamata ad un ruolo politico forte. Speriamo che Bruxelles non fallisca ancora una volta.

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