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Ruolo internazionale

La svolta di Milano

14 Giu 2011 - Salvatore Carrubba - Salvatore Carrubba

Milano volta pagina, affidandosi a un nuovo Sindaco e a una nuova maggioranza in una fase decisiva della propria storia, quella che la vedrà proiettata al centro dell’attenzione del mondo in occasione dell’Expo del 2015.

È certo impressionante (a parte ogni altra considerazione, in questa sede fuor di luogo) che la città abbia voltato le spalle al Sindaco che l’aveva lanciata verso un traguardo nuovo e ambizioso, forse non ancora ben compreso da Milano. Sicuramente, a Letizia Moratti non hanno giovato le diatribe successive all’attribuzione dell’Expo, che i milanesi non sentono ancora loro, accompagnando con sarcasmo e sostanziale indifferenza l’attesa di un evento al quale sono stati attribuiti effetti decisivi per la collocazione internazionale della città.

Nel mondo
Ma c’è, forse, in questo atteggiamento, del resto caratteristico di una certa propensione civica all’understatement (nella migliore delle ipotesi) e all’autoflagellazione (nella peggiore), la conferma di una diffusa convinzione: che cioè l’Expo possa sì consentire di accelerare qualche opera attesa da troppi anni, ma poco possa fare per modificare radicalmente la percezione di Milano sulla scena internazionale.

Nel bene e nel male. I milanesi forse sottovalutano il ruolo che la propria città mantiene a livello internazionale: tutte le classifiche sulla qualità della vita se non la proiettano nell’alto della classifica, la vedono sempre implacabilmente prima, e assai distanziata, rispetto a qualunque altra metropoli italiana. Perfino nel turismo, qui alimentato dai grandi appuntamenti congressuali (e finalmente dotati ora di strutture acconce), Milano si colloca a sorpresa ai primissimi posti, con una permanenza media spesso più lunga di quella di tante illustri città d’arte.

Milano, insomma, resta la più attrattiva città d’Italia per gli investimenti economici e finanziari. All’ombra della Madonnina questi ultimi non cercano forse un tessuto sfolgorante di bellezze architettoniche e urbanistiche, ma sanno di trovare ancora una robusta rete fatta di decenti dotazioni infrastrutturali, efficienti servizi alle imprese, eccellenze in ambito formativo, sanità di primo livello, banche e finanza, oltre che di gran parte di quel che resta in Italia di ricerca.

Simbolo irrinunciabile
Negli anni, non remoti, in cui esercitavo le funzioni di assessore (anche) alle relazioni internazionali di Milano, rimanevo sempre stupito di cogliere quanto all’estero la mia città fosse ancora percepita come il simbolo irrinunciabile dell’Italia produttiva e imprenditoriale, di quanto la sua immagine trascinasse (nel bene) quella di tutto il paese.

Non credo che la situazione sia cambiata sostanzialmente: Milano resta ancora la porta d’ingresso per l’Italia intera; ma forse ne è meno consapevole di un tempo. Con la conseguenza di alimentare polemiche (e confronti) spesso fuori di luogo; e di evitare accuratamente le questioni che davvero ne condizionano il futuro.

Questo è reso più problematico dal fatto che, per Milano, come per centinaia di medie città europee, non esistono più posizioni acquisite e vocazioni immutabili: la fine dell’industria (almeno qui), anzi, e la trasformazione in città dei servizi, pur vissuta senza i traumi che hanno desertificato tante altre città svegliatesi orfane delle fabbriche, non consentono più a nessuno di dormire sonni tranquilli. Il design, la moda fanno certamente di Milano un brand autorevole e riconosciuto; ma le professionalità che le sottendono si diffondono in tutto il mondo e promuovono una concorrenza che, a lungo andare, potrebbe diventare sempre più insidiosa.

Specificità e orgoglio
Risulta perciò assai curioso, per non dire incomprensibile, l’insistenza con la quale alcune forze politiche si stanno adoperando (promuovendo addirittura una mobilitazione popolare) per trasferire alcuni ministeri da Roma a Milano: c’è in questo gesto la negazione stessa di una specificità milanese finora fin troppo ostentata dalla città. La forza che Milano sentiva di esprimere era quella di essere radicalmente diversa da Roma: pietire ora dalla capitale il trasferimento di qualche secondario sportello pubblico (solo la Consob avrebbe senso fosse collocata definitivamente e completamente a Milano) rappresenta la negazione stessa di quella specificità e di quell’orgoglio (ripeto: in parte, esasperati e ingiustificati).

Ben altro serve a Milano. Il ruolo internazionale della città dipenderà infatti, in primo luogo, dalla capacità di mantenere le proprie eccellenze, riconoscendole; e di difendere il proprio ruolo, ridefinendolo quando necessario. Pensiamo solo al grande patrimonio della rete universitaria e accademica che fa di Milano un’autentica, e misconosciuta, città degli studi. Rafforzare la propria attrattività sugli studenti stranieri, richiamandone in numero sempre maggiore e costruendo una rete di collegamenti stabili per chi qui si è laureato, significherebbe costruire un circuito di milanesi d’adozione, sparsi per il mondo e probabilmente inseriti nelle classi dirigenti di altri Paesi.

Per farlo, occorre che le università milanesi siano sempre più competitive, sul fronte qualitativo; ma anche che tutta la città si faccia sempre più accogliente e sensibile alle esigenze (a partire dall’alloggio) di studenti e visiting professor, per ribadire il proprio ruolo di grande centro nazionale della ricerca. Anche le grandi istituzioni culturali, a partire dalla Scala e dal Piccolo Teatro, svolgono oggi un ruolo insostituibile per affermare una qualità milanese che si proietta su tutta la cultura italiana.

Patrimonio culturale
Non ho dati per dimostrare, come pure mi è stato detto, che una tournée della Scala faccia vendere più pizze in Giappone: ma certo essa contribuisce a far cogliere anche a pubblici lontani caratteristiche uniche del patrimonio culturale dell’Italia, consentendo di cogliere i tratti più autentici ed esclusivi di un’autentica civiltà, che poi si riflettono nella capacità dei nostri produttori di incorporare valori immateriali che rendono uniche certe nostre produzioni industriali (competitive nonostante i costi, proprio perché dotate di un incommensurabile valore posizionale).

Ancora: la forza del volontariato milanese contribuisce a sua volta a consolidare una presenza internazionale nell’ambito della cooperazione allo sviluppo e delle grandi campagne umanitarie che qui sono espressione, di nuovo, della forza della società civile.

Una tentazione è perciò da sfatare: che difendere la proiezione internazionale di Milano spetti esclusivamente alle autorità pubbliche. Quando Milano si sentiva, anzi era, la cerniera dell’Italia con l’Europa, questo risultato dipendeva non da controverse decisioni politiche, ma dalla propensione dell’impresa e della finanza cittadine a trascinare nel mondo la città attraverso le proprie capacità, anche di innovazione e di collaborazione tra soggetti diversi.

Oggi che l’identità sociale della città si è fatta più labile e sfuggente, oggi che si moltiplicano i centri decisionali, che le grandi aggregazioni intorno alla borghesia produttiva e all’aristocrazia operaia si sfrangiano e si atomizzano, diventa sempre più difficile individuare centri di elaborazione di interessi comuni e condivisi, intorno ai quali la città possa costruire strategie di comunicazione e attrattività rivolte al mondo.

Leadership
Spetta insomma in primo luogo alla società civile di Milano manifestare la responsabilità di elaborare strategie di promozione che non si risolvano nella semplice comunicazione, ma affrontino in prospettiva i problemi sostanziali della città. Coinvolgendo, a differenza di quanto è finora successo con l’Expo, la cittadinanza, per recuperare un orgoglio civico che riconosca i punti di forza esistenti e individui quelli futuri.

Ed è questo invece il compito che spetta alla politica: in una città democratica e pluralista come poche altre, perché espressione di interessi, poteri, autorità diffusi e ugualmente consolidati, la collocazione internazionale di Milano non si delibera a palazzo Marino, ma si costruisce giorno per giorno attraverso il recupero di una capacità di leadership, intesa come servizio e non come sopraffazione nei confronti del resto del paese. Ricordando che, in passato, Milano è sempre stata fiera del proprio ruolo internazionale non perché convinta di poter fare da sola, ma perché sensibile alla responsabilità di favorire lo sviluppo del resto d’Italia.

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