IAI
Conflitto israelo-palestinese

I dilemmi dell’accordo tra Hamas e Fatah

8 Mag 2011 - Arturo Marzano - Arturo Marzano

Lo scorso 4 maggio, Abu Mazen, leader di Fatah e presidente dell’Autorità palestinese (Ap), e Khaled Meshal, a capo dell’ala politica di Hamas, hanno firmato a Il Cairo un accordo di riconciliazione, dopo una rottura di quasi quattro anni. L’obiettivo dichiarato è la nascita di un governo di unità nazionale composto da tecnici, con il compito di organizzare, entro un anno, le elezioni per il rinnovo del presidente e del parlamento dell’Ap e per il Consiglio nazionale palestinese, l’organo legislativo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), e di intraprendere la ricostruzione della Striscia di Gaza.

Dal giugno del 2007, quando i sanguinari scontri avvenuti a Gaza tra le due fazioni sancirono la divisione de facto dei Territori occupati palestinesi (Top) in due entità, la Striscia di Gaza sotto il controllo di Hamas e la Cisgiordania in mano a Fatah, i rapporti tra le due organizzazioni erano stati caratterizzati da numerose violenze, e ogni tentativo di trovare un’intesa era naufragato.

Contesto regionale
Come mai, in maniera quasi improvvisa, si è giunti ad un accordo proprio adesso? Quali sono le ragioni di questa riconciliazione? Hanno certamente pesato le manifestazioni di protesta che, a partire dal 15 marzo, si sono svolte a Gaza e in Cisgiordania con l’obiettivo di porre fine alla divisione in atto, ma un ruolo preminente è stato anche giocato dai cambiamenti in corso nella regione.

Il crollo del regime di Mubarak in Egitto ha alterato gli equilibri tra le due organizzazioni palestinesi. Da un lato, è uscita indebolita Fatah, che ha perso il suo principale sostenitore regionale. Il nuovo governo egiziano, al contrario di quello guidato da Mubarak, non sembra infatti disposto ad assecondare Fatah nella sua linea di chiusura alle richieste di Hamas.

A motivare il “veto” di Mubarak ad un governo che includesse Hamas era il timore che la Fratellanza musulmana egiziana potesse utilizzare le vicende palestinesi per chiedere un maggiore spazio politico. Il nuovo ministro degli esteri egiziano Nabil el-Araby ha invece aperto ad Hamas, trattandola come un interlocutore alla stessa stregua di Fatah e anzi corteggiandola per indurla ad ammorbidire le sue posizioni. Il governo egiziano ha fra l’altro promesso l’apertura del valico di Rafah, unico punto di passaggio tra la Striscia di Gaza e il Sinai, che era stato invece “sigillato” da Mubarak negli ultimi anni, come voluto da Israele per isolare Hamas.

In secondo luogo, a smuovere le acque hanno notevolmente contribuito le manifestazioni di piazza e le repressioni che stanno avendo luogo in Siria. Tra il regime di Bashar al-Assad e Hamas – Khaled Meshal, risiede da più di dieci anni a Damasco e la Siria è, con l’Iran, il grande protettore dell’organizzazione islamista – ci sono segnali di crisi.

Meshal, memore dei danni che l’Olp, e i palestinesi in generale, hanno subito nel corso della loro storia ogniqualvolta si sono intromessi negli affari interni degli Stati arabi (Giordania e Libano su tutti), non ha voluto prendere posizione sugli avvenimenti siriani e non si è pronunciato né a favore di Assad, come questi gli aveva ripetutamente chiesto, né dei rivoltosi, come invece parte di Hamas, soprattutto la base, avrebbe voluto.

Damasco non ha apprezzato questa scelta, e le tensioni che ne sono derivate e che potrebbero indurre Assad a interrompere il suo sostegno a Hamas, hanno portato quest’ultima ad ammorbidire le proprie posizioni nei confronti di Fatah.

Battaglia all’Onu
La partita che sta giocando in ambito internazionale Abu Mazen, capo di Fatah, ha fatto il resto. Lo stallo nei negoziati con il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu – ormai congelati da sette mesi – ha spinto la leadership palestinese ad un maggiore dinamismo.

Il veto americano, il 18 febbraio scorso, alla risoluzione del Consiglio di sicurezza che condannava Israele per gli insediamenti nei Top, ha definitivamente convinto Abu Mazen che gli Stati Uniti non sono (ancora?) pronti a premere realmente su Israele per indurla a concrete concessioni sulla questione palestinese.

Abu Mazen ha quindi deciso che, a questo punto, valeva la pena tentare un accordo con Hamas, anche a rischio di un raffreddamento nei rapporti con Washington.

Il voto favorevole di tutti gli altri 14 membri del Consiglio di sicurezza, compresi Francia, Gran Bretagna e Germania, alla risoluzione sugli insediamenti nei Top ha poi ulteriormente confermato Abu Mazen nel suo proposito di puntare al riconoscimento di uno Stato palestinese sovrano all’interno delle frontiere del 1967 da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, all’apertura della sessione ordinaria, il prossimo settembre.

La possibilità che tale voto si risolva positivamente per i palestinesi è peraltro confermata dall’intensa battaglia diplomatica intrapresa da Israele – soprattutto in Europa – per evitare che si arrivi al voto. I palestinesi, dal canto loro, non possono permettersi di arrivare divisi all’appuntamento di settembre. È anche per questo che Abu Mazen ha premuto per giungere ad un accordo con Hamas in tempi rapidi.

Usa e Ue
È ancora presto per esprimere un giudizio compiuto sul successo o meno dell’accordo, tanto più che vi è una notevole distanza tra Fatah e Hamas su una serie di questioni di non poco conto, fra cui il nome del primo ministro del nascituro governo di unità nazionale, la liberazione dei prigionieri politici che ciascuna delle due parti si è impegnata ad effettuare e la gestione delle forze di sicurezza.

Sulla tenuta del governo di unità palestinese – supponendo che nasca realmente – peseranno le decisioni dei principali attori internazionali. Israele si è già espresso in maniera assai negativa e il ministro delle finanze Yuval Steinitz ha congelato il trasferimento all’Ap delle entrate doganali che Israele raccoglie per conto dei palestinesi. Gli Stati Uniti sono rimasti piuttosto freddi: Hamas è considerata un’organizzazione terroristica e Washington potrebbe decidere di bloccare i finanziamenti all’Ap, paralizzandone di fatto il funzionamento.

L’Unione europea, invece, non si è ancora espressa; forse lo faranno i ministri degli esteri europei nella riunione del Consiglio Ue che si terrà il 23 maggio.

È probabile che Bruxelles esiga dal nuovo governo l’impegno formale ad aderire a quei tre principi – il riconoscimento dell’esistenza di Israele, il rispetto degli accordi precedenti e la rinuncia alla violenza – la cui mancata accettazione da parte di Hamas portò nel 2006 al boicottaggio del governo monocolore formato dall’organizzazione palestinese. La questione, dunque, è se Hamas sia disposta a concedere oggi ciò che aveva rifiutato cinque anni fa. Nonostante i toni pacati utilizzati da Meshal nel discorso tenuto a Il Cairo in occasione della firma dell’accordo, rimangono non pochi dubbi.

Indipendentemente dal fatto che Hamas aderisca formalmente alle richieste della comunità internazionale, è sperabile che quest’ultima non perda l’occasione per instaurare un dialogo con l’organizzazione islamista, e che non ripeta l’errore compiuto nel marzo del 2007, quando il governo di unità nazionale allora formato venne boicottato, aprendo la strada alla rottura tra Hamas e Fatah.

Se nel lungo periodo è necessario insistere perché Hamas riconosca Israele e si impegni a rinunciare alla violenza, è altresì più probabile che ciò si verifichi in una cornice di dialogo, come quella di un governo di unità nazionale, piuttosto che di isolamento.

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