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Nuovo presidente

La travagliata ascesa della Nigeria

21 Apr 2011 - Giovanni Casa - Giovanni Casa

“Nessuna ambizione politica può valere il sangue di un cittadino nigeriano”. Con un appello alla calma e all’unità, il presidente rieletto Goodluck Jonathan si è rivolto ai suoi connazionali all’indomani delle travagliate elezioni che hanno messo alla prova la nascente democrazia nigeriana, con uno strascico di violenze e contestazioni. Il colosso dell’Africa, con oltre 150 milioni di abitanti il più popoloso del continente, dal 1999 è tornato ad essere governato da civili, dopo un lungo periodo di dittature militari che hanno caratterizzato gran parte dei 50 anni di indipendenza.

Regole non scritte
La Nigeria è attraversata da divisioni etniche, religiose, linguistiche e culturali, nonché da fortissimi squilibri economici, che ne minacciano la stabilità e ne frenano lo sviluppo. Questo contesto ha imposto l’ordinamento costituzionale di una Repubblica presidenziale federale.

Gli scontri sono avvenuti in alcune regioni settentrionali, in maggioranza di religione islamica, dove il risultato è stato messo in discussione dall’opposizione, guidata dall’ex dittatore militare Muhammadu Buhari, un musulmano del Nord.

È stato inoltre contestato il fatto che Jonathan, un cristiano del Sud, avrebbe violato, candidandosi, la regola, non scritta, ma sin qui osservata, dell’alternanza tra un capo di Stato musulmano e uno cristiano. Jonathan è però arrivato al potere lo scorso anno, dopo la morte del presidente Umaru Yar’Adua, un musulmano, del quale era vicepresidente e non ha quindi svolto un intero mandato. Ha potuto perciò sostenere di avere il diritto di candidarsi alla Presidenza senza violare la regola dell’alternanza. Buhari ha comunque condannato le violenze, che hanno provocato circa 200 morti e oltre 15 mila rifugiati, e ha lasciato al suo partito l’incombenza di chiedere l’intervento dei giudici sul processo elettorale.

Il margine della vittoria di Jonathan è tuttavia assai ampio, avendo egli ottenuto il 59,6% dei voti contro il 32,3% del rivale. Gli osservatori internazionali hanno affermato che le consultazioni sono state le più corrette dal ritorno della democrazia. Il capo dei rappresentanti dell’Ue, l’eurodeputato ed ex premier sloveno Alojz Peterle, ha detto che il voto si è svolto in gran parte in modo pacifico e ordinato. Un lavoro fondamentale è stato svolto dalla Commissione elettorale indipendente, presieduta da un accademico stimato, Attahiru Jega, che ha voluto istituire un archivio elettorale elettronico, con le impronte digitali degli aventi diritto al voto, “ripulendo” le liste da molti elettori “fantasma”, tra cui non pochi “Mike Tyson” e “Nelson Mandela”.

Lotta alla corruzione
Jonathan è un veterinario di 53 anni, estraneo ad ambienti militari. È la prima volta che il presidente viene dalla strategica regione del Delta del Niger e non è espressione di nessuna delle tre maggiori etnie (Hausa-Fulani, Yoruba e Ibo) che rappresentano quasi il 70% della popolazione. Appartiene infatti al gruppo Ijaw, minoritario a livello nazionale, ma forte nella regione ricca di petrolio. L’inizio della sua carriera politica avviene con il ritorno dei civili, quando viene eletto vice governatore dello Stato meridionale di Bayelsa (1999). Sei anni dopo, il governatore viene destituito per riciclaggio e Jonathan diventa il numero uno, fino al 2007 quando viene eletto vicepresidente.

Negli ultimi anni si è battuto per un’amnistia nel Delta del Niger, dove da tempo gruppi di ribelli attaccano le installazioni petrolifere delle multinazionali, rivendicando una diversa ripartizione degli utili. Nel 2009 si è raggiunta un’intesa che è valsa a fermare gran parte delle violenze. Accusato dai suoi avversari di mancanza di carisma, Jonathan ha però uno stile calmo che non dispiace ai nigeriani. Nella campagna elettorale si è servito molto di Facebook e lo hanno favorito le indiscrezioni pubblicate da WikiLeaks, che ha reso noto un cablo di un ex ambasciatore americano che lo definiva uno dei pochi politici nigeriani non corrotti.

È proprio l’impegno contro la corruzione uno dei primi compiti che ha davanti il nuovo presidente, insieme alla lotta alla povertà e all’emergenza energetica, un paradosso nel principale paese africano esportatore di petrolio. Un’inchiesta pubblicata da Le Monde nell’aprile 2007 ha stimato in 352 miliardi di dollari l’incasso predatorio di parte della classe dirigente nigeriana negli ultimi 40 anni, una somma quattro volte superiore alla cifra complessiva versata nello stesso periodo dagli Stati occidentali a quelli dell’Africa sub-sahariana a titolo di aiuto allo sviluppo. Il fenomeno coinvolge a cascata molti settori della società, dall’agricoltura ai servizi, paralizzandone lo sviluppo.

Oligarchie
Nonostante le grandi risorse naturali di cui il paese dispone, il 60% della popolazione nigeriana vive con due dollari al giorno. Il paese ha riserve petrolifere stimate in 36 miliardi di barili (3% delle riserve mondiali), mentre per il gas la stima è di 5.200 miliardi di metri cubi (2,9% delle riserve mondiali). A garantirne lo sfruttamento sono le società straniere, che beneficiano di sistemi contrattuali vantaggiosi. La crescita del settore industriale è bloccata da carenze delle infrastrutture e da una fornitura energetica del tutto inadeguata.

Per illustrare la situazione bastano pochi dati. L’esportazione di greggio e gas copre il 95% dell’export complessivo, ma la Nigeria importa l’85% dei prodotti raffinati, a causa delle scarse capacità interne. Delle quattro raffinerie di cui il paese dispone (Port Harcourt I e II, Warri e Kaduna), solo una è operante e al di sotto della capacità potenziale. Inoltre, l’erogazione di energia elettrica copre solo una piccola parte della giornata. Il paese avrebbe bisogno di almeno 20 mila megawatts, ma attualmente ne genera circa tremila. Il Sud Africa, con una popolazione che è un terzo di quella nigeriana, produce 43 mila megawatts. La Cina ha un ruolo crescente nell’economia del paese: è oggi il maggiore esportatore verso la Nigeria, mentre . gli Usa sono il maggiore importatore di merci nigeriane.

Influenza cinese
L’interesse strategico di Pechino per il continente è testimoniato, fra l’altro, dalla recente decisione di far aderire il Sud Africa ai Bric (Brasile, Russia, India e Cina), diventati così Brics. Il nuovo blocco sta assumendo un profilo politico crescente in un contesto mondiale da alcuni osservatori definito “post-occidentale”. Questo sembra anche l’orizzonte strategico della Nigeria. Il paese, nell’ambito regionale, è il perno dell’Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, oggi alla prese con la crisi della Costa d’Avorio.

La Nigeria, che attualmente siede nel Consiglio di Sicurezza del’Onu, ha votato a favore della Risoluzione 1973 che ha autorizzato l’intervento in Libia, in primo luogo per un vecchio conto in sospeso con Gheddafi. Nel marzo 2010, il leader libico, traendo spunto dagli scontri nel Nord della Nigeria, aveva sostenuto la necessità di dividere il paese in due Stati, “come India e Pakistan nel 1947”, uno per i cristiani e l’altro per i musulmani. Inevitabile la reazione furibonda della classe dirigente nigeriana. L’ambasciatore a Tripoli è stato richiamato e il presidente del Senato ha liquidato il colonnello così: “Gheddafi è pazzo”.

Specchio delle contraddizioni della regione sub-sahariana, la Nigeria di Jonathan si avvia sul cammino della democrazia in un quadro difficile e travagliato, ma dal cuore dell’Africa nera può nascere un modello per l’intero continente.

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