Bosnia in bilico
A sei mesi dalle elezioni, La Bosnia Erzegovina non ha ancora un governo centrale. Delle due entità che compongono il paese, la Repubblica Serba (RS), dove il partito di Milorad Dodik (Snsd) aveva confermato la sua leadership, è la sola ad avere un nuovo governo da diverse settimane.
La Federazione di Bosnia Erzegovina (Fbih), dove il partito socialdemocratico (Sdp) aveva ottenuto una chiara vittoria, non solo attende ancora la formazione di un governo, ma è precipitata in una crisi politico-istituzionale che ha seriamente compromesso le possibilità di un accordo tra i vari partiti bosgnacchi, serbi e croati a livello nazionale. Una crisi causata principalmente dalle posizioni intransigenti adottate da alcuni partiti nazionalisti (soprattutto croati) e da un ruolo confuso e a volte controproducente dell’Ufficio dell’Alto rappresentante (Ohr), complici una legge elettorale complessa e lacunosa e la costituzione della Fbih che non contiene meccanismi per risolvere dispute politiche.
Piattaforma riformista
Proprio una lacuna legislativa è all’origine della crisi nella Federazione. Per la formazione del governo, i dieci cantoni che la compongono devono eleggere i loro rappresentanti alla Camera alta federale (Camera dei Popoli). La legge fissa una scadenza per tali nomine a un mese dalle elezioni, ma non prescrive sanzioni per i cantoni che non la rispettino. La Commissione elettorale centrale (Cec) non può certificare la corretta formazione della Camera alta federale, e quindi dare il via libera alla formazione del governo, finché i cantoni non hanno completato le nomine. Ritardi si erano verificati anche in passato, ma alla fine un accordo politico tra partiti bosgnacchi e croati aveva sempre permesso di formare il governo.
All’inizio di quest’anno, i partiti bosgnacchi, guidati da Sdp (che si dichiara però “multietnico”), insieme a partiti croati minori, hanno lanciato una “piattaforma” per il governo centrale del paese basata su un programma fortemente riformista. I nazionalisti croati dei due partiti Hdz BiH e Hdz 1990, nel timore di restare esclusi dal governo centrale, hanno congelato le nomine dei rappresentanti nei quattro cantoni dove detengono la maggioranza, bloccando così la formazione della Camera alta, e quindi del governo della Federazione.
Governo illegittimo?
Durante il mese di marzo, giudicando inutili eventuali azioni legali da parte dei partiti della “piattaforma” per sbloccare la situazione, l’Ohr ha deciso di tentare di negoziare un accordo tra i leader della Fbih. Nonostante gli sforzi dell’Ohr, sostenuti da Ue e Stati Uniti, il negoziato è fallito, aprendo la strada a un governo dei partiti della “piattaforma” votato da una Camera alta incompleta, senza i delegati di tre cantoni e in mancanza di altri importanti requisiti.
Il nuovo governo ha rapidamente proceduto all’approvazione della legge finanziaria prima della scadenza legale di fine marzo. Immediatamente, i partiti croati esclusi dal governo hanno fatto scattare una serie di ricorsi alla Cec e alla Corte costituzionale della Federazione, chiedendo l’annullamento dell’elezione del presidente e vicepresidente della Federazione e che il nuovo governo venisse dichiarato illegale.
Sola istituzione con l’autorità di farlo, la Cec ha dichiarato l’elezione delle leadership della Camera alta, e quindi indirettamente del governo, illegittima, secondo la legge elettorale vigente. La Cec ha altresì confermato che non si erano prodotte le condizioni per la formazione della Camera alta. La Cec è comunque solo la prima istanza di un procedimento che prevede il ricorso alla Corte di Bosnia Erzegovina.
Due giorni dopo, l’Alto rappresentante ha sospeso a tempo indeterminato la decisione della Cec, usando i suoi poteri esecutivi (i Bonn powers), con la motivazione che essa poteva intralciare il verdetto della Corte costituzionale, di fatto sottraendo la questione alla giurisdizione della Corte di Bosnia Erzegovina. In risposta, gli Hdz hanno ritirato i loro ricorsi alla Corte costituzionale federale, lasciando la patata bollente nelle mani dell’Ohr e di tutta la comunità internazionale.
Interferenza
Anche se effettivamente esisteva il rischio di un verdetto della Corte in contraddizione con l’interpretazione della Cec, un intervento così affrettato e imprudente andava evitato. Il paese poteva sopravvivere a qualche giorno di incertezza legale, dato che la reazione degli Hdz poteva ampiamente essere prevista. Inoltre, forse la crisi avrebbe potuto essere disinnescata con un intervento più discreto e basato sulle istituzioni a inizio anno, in tempi non sospetti.
Ad una prima analisi, i risultati negativi dell’azione di Ohr sono molteplici. Innanzitutto, essa presta il fianco alle accuse che l’Ohr favorisca i partiti bosgnacchi e che per fare questo sia pronto all’uso di ogni scorciatoia. Inoltre, la crisi spingerà i croati in molti cantoni della Federazione a cercare maggiori autonomie locali, perfino a tentare la creazione di istituzioni parallele – una terza entità de facto se non de jure. A più breve termine, la formazione di una coalizione di governo a livello nazionale diviene complessa, per non dire impossibile.
I maggiori partiti croati e serbi hanno già siglato un accordo a Mostar che mira praticamente a escludere Sdp dal potere centrale. E già appare lo spettro di una nuova consultazione elettorale, perlomeno nella Fbih. Ma soprattutto, la decisione dell’Ohr indebolisce fortemente la Cec, una delle poche istituzioni indipendenti, efficienti (frutto di anni di lavoro della comunità internazionale) e soprattutto rispettate dai tre gruppi etno-nazionali della Bosnia.
Su questo sfondo, il 29 e 30 marzo si è svolta una riunione del Consiglio per la realizzazione della pace (Peace Implementation Council, Pic). Impegnata da mesi nella difficile transizione verso un nuovo assetto, dall’Ohr a un ruolo rafforzato dell’Unione europea, la comunità internazionale si trova ora a gestire potenzialmente una delle peggiori crisi degli ultimi anni in Bosnia.
Il momento dell’Ue
Non è certo il momento ideale. I membri del Pic non hanno trovato l’accordo per la chiusura della “supervisione” internazionale del distretto di Brcko, piccola regione autonoma e multietnica nel nord del paese, nonostante il completamento di tutte le condizioni da parte delle due entità. Il contenuto stesso del comunicato finale dà un’ulteriore conferma del logoramento dei meccanismi creati dall’accordo di Dayton.
Ė necessario aprire al più presto una fase nuova, spostando il baricentro decisionale dall’Ohr alla Delegazione Ue, che baserebbe la sua azione sul processo di avvicinamento della Bosnia Erzegovina all’Unione. Annunciata come l’apertura di questa fase nuova, la nomina di un nuovo capo Delegazione, rimandata da mesi, potrebbe avvenire durante l’estate.
Il nuovo assetto dovrà necessariamente contribuire a rendere i leader politici bosniaci maggiormente responsabili del futuro del paese di fronte ai loro elettori. Forse non sarà sufficiente, date le profonde divisioni tra i tre gruppi etno-nazionali, ma perlomeno occorre liberare la Bosnia Erzegovina dalla tutela di un quasi-protettorato ormai inefficace, perché parte integrante della scena politica nazionale, come le recenti vicende hanno ancora una volta dimostrato.
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