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Rivolte nel Mediterraneo

Egitto in fiamme

29 Gen 2011 - Maria Cristina Paciello - Maria Cristina Paciello

Dal 25 gennaio è in atto in Egitto una grande mobilitazione popolare contro il regime di Hosni Mubarak. Per la loro ampiezza, le proteste non hanno precedenti nella storia del paese, almeno in quella degli ultimi trent’anni. L’esempio della rivoluzione tunisina ha certamente giocato un ruolo importante nell’ispirare una così ampia mobilitazione, contribuendo, soprattutto, ad accelerarne le dinamiche psicologiche: i giovani egiziani, protagonisti anch’essi, come quelli tunisini, delle proteste, cominciano a sperare e a credere nella possibilità di poter cambiare il futuro del loro paese, ma le origini della mobilitazione di questi giorni vanno ricercate nella situazione politica, sociale ed economica del paese.

Repressione e crisi sociale
Le conseguenze politiche della mobilitazione di questi giorni sono ancora difficilmente prevedibili, ma alcuni elementi sono già chiari. L’ipotesi che la grande mobilitazione possa portare ad uno scenario non dissimile da quello tunisino non può essere scartata: trattandosi di una protesta spontanea i suoi esiti sono imprevedibili.

Negli ultimi cinque anni il regime di Mubarak ha rafforzato ulteriormente il controllo sulla vita politica. Ha intensificato la repressione contro gli oppositori politici, soprattutto i Fratelli Musulmani, ma non solo. Con una serie di emendamenti costituzionali approvati nel 2006 e nel 2007, ha di fatto conferito al presidente il potere di sciogliere il parlamento senza referendum, ha arginato ogni tentativo da parte dei Fratelli Musulmani di dar vita ad un partito, vietando la costituzione di formazioni politiche basate sulla religione, e ha limitato il ruolo dei giudici nella supervisione delle elezioni. In vista delle elezioni presidenziali, previste per settembre 2011, sono state introdotte condizioni molto restrittive per le candidature alla carica di presidente, di fatto impedendo alle forze di opposizione di presentare un loro candidato.

Le ultime elezioni parlamentari del 28 novembre scorso sono state caratterizzate da forti pressioni sui media, arresti di centinaia di attivisti dei Fratelli Musulmani e numerose violazioni. La vittoria massiccia del partito di regime, il Partito Nazionale Democratico, è stata quindi inevitabile, mentre i partiti di opposizione hanno ottenuto una manciata di voti. I Fratelli Musulmani, principale forza di opposizione del paese, non è riuscita a conquistare alcun seggio.

Accanto alla forte limitazione delle libertà politiche e all’indurimento della repressione, la situazione socio-economica di gran parte degli egiziani ha subito un rapido e drammatico deterioramento nell’ultimo decennio. Il potere d’acquisto della popolazione è diminuito in maniera sensibile a causa di un aumento incontrollato dei prezzi dei beni alimentari, mentre la proporzione di persone che vive al di sotto della soglia di povertà è passata dal 16.7% nel 2000/2001 al 23.4% del 2008/2009. La disoccupazione giovanile non ha smesso di salire, toccando, secondo le stime più ottimiste, il 14.4%. Tali stime, tuttavia, non tengono conto del fatto che gran parte dei giovani che non trova lavoro nell’economia formale è costretta ad accettare lavori precari e mal pagati nell’economia informale.

Onda d’urto
Il risentimento ed il malcontento di una parte crescente della popolazione egiziana nei confronti di un regime autoritario e corrotto e, per questo, incapace di risolvere i problemi socio-economici del paese, sono andati progressivamente aumentando. Allo stesso tempo, le opposizioni organizzate, indebolite dalla strategia di contenimento e spesso apertamente repressiva del regime, da problemi interni e dalla scarso radicamento nel tessuto sociale, non sono riuscite a conquistare il sostegno della popolazione né a fare pressioni efficaci sul regime. Anche il movimento dei Fratelli Musulmani, pur godendo di un largo consenso, ha evitato uno scontro diretto con il regime, nel timore di maggiori ritorsioni.

Sin dall’inizio, gli slogan usati durante le proteste e le richieste avanzate da alcune forze di opposizione (tra cui l’Associazione Nazionale per il Cambiamento di Mohamed el-Baradei) sono stati unanimi nel chiedere che Husni Mubarak non si ripresentasse per il sesto mandato e che Gamal Mubarak non si candidasse alle presidenziali.

Le proteste quindi hanno costretto Husni Mubarak a mettere definitivamente da parte la candidatura del figlio Gamal, anche perché osteggiata a lungo da una parte dell’establishment (la cosiddetta “vecchia guardia” del partito e i militari). A questo punto i militari, fortemente contrari alla presidenza di Gamal, sono rientrati in scena e hanno reso più esplicite le loro resistenze, con il pretesto di preservare la stabilità del paese. Mubarak, da sempre contrario a nominare un vicepresidente, lo ha fatto indicando la figura del potente ed esperto capo dei servizi segreti, Omar Soliman.

Lotta politica
In un primo momento le richieste avanzate dai manifestanti e da alcune forze di opposizione sono state di natura essenzialmente politica: dimissioni del Ministro degli Interni, fine alla legge di emergenza in vigore dal 1981, formazione di un governo di unità nazionale, dissoluzione del nuovo parlamento e nuove elezioni parlamentari. Con il passare dei giorni, e soprattutto dopo il discorso di Mubarak di venerdì 28 sera, i manifestanti sono passati a chiedere con più insistenza la fine del regime.

Misure di natura prettamente economica (es. aumento dei salari per i dipendenti pubblici ed estensione della copertura dei sussidi alimentari) usate in passato per placare le ondate di protesta e rinnovate nelle ultime ore non possono arginare la rabbia dei manifestanti.

Il presidente, terrorizzato all’idea di dare inizio ad un cambiamento politico nel paese, non sembra tuttavia disposto a cedere alle richieste avanzate dai manifestanti. La reazione del regime alla grande mobilitazione di venerdì 28, esplosa dopo la preghiera, conferma la scelta della linea dura: uso della forza, arresti di esponenti politici, tra cui esponenti dei Fratelli Musulmani, e un blocco totale degli strumenti di comunicazione (internet e telefonia mobile). Nel primo discorso dopo quattro giorni di proteste, Mubarak si è limitato ad annunciare un rimpasto di governo.

Il successo della protesta dipenderà innanzitutto dalla volontà e dalla capacità delle forze di opposizione organizzate di allinearsi e coordinarsi con le mobilitazioni spontanee per formare un fronte unito contro il regime. Inizialmente, le opposizioni organizzate, inclusi i Fratelli Musulmani, sono rimaste ai margini delle proteste, rinunciando a partecipare al primo giorno di mobilitazione. Comunque, il ritorno di el-Baradei e la sua adesione alla mobilitazione stanno dando un nuovo impulso alle proteste, offrendo una leadership credibile al movimento. El-Baradei sarebbe infatti stato incaricato dalle forze di opposizione di negoziare con l’esercito una transizione democratica.

Scenario tunisino
A differenza del presidente tunisino Ben Ali, Mubarak può contare sul sostegno dei militari, più esperti di quelli tunisini, meglio integrati nel sistema di potere e dunque interessati a mantenere lo status quo. Per questo, ci si aspetta che l’esercito egiziano intervenga più rapidamente e decisamente di quello tunisino, nel caso in cui le proteste dovessero ulteriormente degenerare.

L’Egitto ha, inoltre, una popolazione numerosa, molto frammentata e poco istruita. Diversamente dalla Tunisia, manca quindi di una classe media robusta, coesa e ben educata. Un fattore che in Tunisia sembra aver favorito l’espansione della protesta tra la popolazione. Tuttavia, il movimento di protesta egiziano ha un importante punto in comune con quello tunisino: è nato spontaneamente, è indipendente dalle opposizioni organizzate ed è animato principalmente dai giovani, che sembrano non aver più nulla da perdere e chiedono la fine del regime. Questo rende l’esito della mobilitazione egiziana imprevedibile e, secondo un’attivista del movimento dei giovani del 6 aprile, sarebbe la ragione per la quale le proteste egiziane potrebbero subire un’accelerazione incontrollata, soprattutto se venissero represse con la forza, e portare ad uno scenario non dissimile da quello tunisino(1). Infine, i militari e gli Stati Uniti sembrano stiano facendo pressioni su Mubarak affinché lasci la presidenza.

(1) “In run-up to Friday protests, political activists bet on the people”, al-Masr al-Youm, 27 January 2011, http://www.almasryalyoum.com/en/news/run-friday-protests-political-activists-bet-people.

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