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Conflitto mediorientale

Assedio diplomatico a Israele

23 Dic 2010 - Arturo Marzano - Arturo Marzano

Il negoziato israelo-palestinese è in stallo, ma di recente sono state intraprese diverse iniziative diplomatiche per ridare una prospettiva al processo di pace. L’ultima proposta americana è stata respinta da Israele, ma cresce la spinta verso un riconoscimento dello Stato palestinese nei territori occupati. È un passo che hanno già ufficialmente compiuto alcuni paesi dell’America Latina. Anche l’Autorità palestinese (Ap) ha cambiato strategia, puntando ad un maggiore coinvolgimento delle istituzioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite. Israele è allarmato da questi sviluppi che potrebbero portare a un suo isolamento e delegittimazione internazionale.

Centralità dell’Onu
A metà dicembre i rappresentanti dei paesi arabi e dell’Ap hanno annunciato di voler sottoporre al Consiglio di Sicurezza (Cds) delle Nazioni Unite una risoluzione che condanna Israele per la costruzione di insediamenti nei territori occupati. Se la risoluzione venisse effettivamente presentata, potrebbe mettere in serio imbarazzo gli Stati Uniti, principali alleati di Israele, perché vi si afferma quanto sostenuto fino ad oggi dall’amministrazione Obama, e cioè che la presenza degli insediamenti nei territori occupati è uno dei principali ostacoli alla creazione di uno Stato palestinese e al raggiungimento di una pace stabile.

Questo episodio si colloca in un contesto di generale stallo dei negoziati tra israeliani e palestinesi, cui ha fatto da contraltare un certo attivismo della diplomazia internazionale. Da più di due mesi e mezzo, infatti, i negoziati diretti tra israeliani e palestinesi sono fermi, nonostante le forti pressioni di Washington per una loro ripresa.

A metà novembre, l’amministrazione Usa aveva presentato a Israele una proposta per uscire dall’impasse, ma il governo israeliano, dopo tre settimane di accesa discussione, l’ha respinta. Washington ha dovuto così prendere atto del fallimento della propria azione diplomatica e della necessità di proseguire tramite negoziati indiretti.

Inizialmente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sembrava determinato a far approvare la proposta americana, ma ha poi fatto marcia indietro di fronte al rischio di provocare una crisi nella maggioranza di governo. Il rifiuto della proposta americana ha esposto Israele ad una serie di critiche sia da parte americana che da parte europea. In un discorso alla Brookings Institution lo scorso 10 dicembre, il Segretario di stato Usa Hillary Clinton ha usato parole sferzanti nei confronti del governo israeliano, ribadendo che anche i negoziati indiretti tra israeliani e palestinesi non potranno eludere lo spinoso nodo delle frontiere del futuro Stato palestinese.

Il giorno precedente, 26 eminenti personalità europee (dall’ex Alto rappresentante per la Pesc Javier Solana, all’ex presidente della Commissione Romano Prodi, all’ex presidente della Repubblica irlandese Mary Robinson) avevano invitato gli attuali vertici dell’Ue ad adottare un atteggiamento più duro confronti di Israele, fino alla richiesta di subordinare l’avvio di nuovi negoziati al congelamento degli insediamenti. Tutto ciò, proprio mentre alcuni paesi dell’America Latina – Brasile, Argentina, Uruguay e Bolivia – riconoscevano ufficialmente l’esistenza di uno Stato palestinese nei territori occupati.

Soprattutto quest’ultima vicenda è stata accolta con preoccupazione dal governo israeliano. Tale decisione, infatti, arriva in coincidenza con il pressing diplomatico dell’Ap per un riconoscimento internazionale dello Stato palestinese.

Nuovo approccio palestinese
Il dato più significativo di questi ultimi mesi di stallo negoziale è rappresentato proprio dal cambiamento di approccio della leadership palestinese nei confronti del processo di pace, un vero e proprio ribaltamento del paradigma degli Accordi di Oslo del 1993. A partire dagli anni Settanta e Ottanta, era stata l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) ad assumere un ruolo predominante all’interno del conflitto con Israele, con una progressiva diminuzione del coinvolgimento degli Stati arabi rispetto ai decenni precedenti. La dimensione bilaterale del conflitto aveva gradualmente preso il sopravvento su quella multilaterale. Tale cambiamento aveva trovato una conferma negli Accordi di Oslo, che erano scaturiti da una trattativa diretta tra Olp e governo israeliano, senza il coinvolgimento negoziale del mondo arabo.

Il fallimento di 17 anni di negoziati, tuttavia, sta spingendo la leadership palestinese a riconsiderare il vecchio paradigma, con un graduale spostamento del processo di pace dall’arena bilaterale, cui Oslo lo aveva consegnato, a quella multilaterale. È in questa ottica che va letta la strategia della leadership palestinese di portare il conflitto con Israele su un palcoscenico a lei più congeniale: quello della comunità internazionale e, in particolare, delle Nazioni Unite. Il primo ministro dell’AP Salam Fayyad ha più volte espresso l’intenzione di dichiarare unilateralmente la nascita di uno Stato palestinese – una volta terminato il processo di costruzione dal basso delle strutture amministrative, economiche, di sicurezza proprie di un’entità statuale – per poi chiederne alle Nazioni Unite il riconoscimento.

Non stupisce quindi che Israele reagisca con disappunto e preoccupazione alle recenti decisioni della diplomazia sudamericana e alla bozza di risoluzione che Stati arabi e AP stanno preparando. Il governo israeliano può certamente gioire per la decisione della Camera dei rappresentanti statunitense di votare all’unanimità, il 16 dicembre, una risoluzione in cui invita l’amministrazione Obama a non riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese dichiarata unilateralmente e a usare il proprio potere di veto nell’ambito del Consiglio di sicurezza. Ma Netanyahu non può non essere preoccupato per ciò che farà Washington nel caso in cui al palazzo di vetro si discuta una risoluzione che non affronti la questione del riconoscimento di uno Stato palestinese, ma si limiti alla formale condanna di Israele per il proseguimento della costruzione degli insediamenti.

Le spine di Netanyahu
L’offerta statunitense che il governo israeliano ha respinto prevedeva, secondo fonti non ufficiali – l’amministrazione americana non ha mai reso pubblici i dettagli della proposta – un pacchetto di aiuti militari molto cospicuo, la disponibilità Usa a porre il veto nel Cds dell’Onu ad ogni risoluzione che potesse ledere gli interessi vitali di Israele e la conferma di una linea di fermezza sul nucleare iraniano. Il tutto in cambio di un impegno formale israeliano a prolungare il congelamento degli insediamenti in Cisgiordania per tre mesi, di una promessa informale a non proseguire la costruzione di nuove unità abitative a Gerusalemme est e della garanzia che il primo ministro israeliano Netanyahu avrebbe affrontato immediatamente con il presidente dell’AP Abu Mazen la questione delle frontiere del futuro Stato palestinese.

Un’offerta certamente generosa, che Netanyahu ha cercato di far digerire ai suoi colleghi di governo intavolando complesse trattative. Alla fine, tuttavia, la proposta è stata rifiutata, e il primo ministro israeliano ha scelto di lasciarla cadere per evitare una crisi di governo in un momento in cui la tenuta della maggioranza è messa duramente alla prova dalla non facile convivenza tra partiti laici e religiosi. La proposta, infatti, costringeva il governo a confrontarsi con due temi molto delicati: da un lato, un nuovo congelamento degli insediamenti, fortemente osteggiato dai coloni e da una parte rilevante dell’elettorato dei partiti della maggioranza; dall’altro, l’impegno a discutere di frontiere del futuro Stato palestinese appena i negoziati fossero ripresi. Questo aspetto, in particolare, avrebbe fatto emergere tutte le contraddizioni del governo israeliano, al cui interno non c’è accordo né sul futuro degli insediamenti al di fuori dei cosiddetti “blocchi”, cioè le aree più grandi e più facilmente inglobabili in Israele, né sullo status di Gerusalemme.

Mentre, dunque, il negoziato israelo-palestinese è a un punto morto, la diplomazia internazionale si è rimessa in movimento. E ora sono in molti a credere che le Nazioni Unite saranno presto chiamate ad assumersi un ruolo cruciale nel conflitto, stabilendo – a sessanta anni dalla storica decisione del 29 novembre 1947 che sancì la nascita di uno Stato ebraico – la creazione di uno Stato palestinese.

Tuttavia, anche se ciò accadesse – certamente non accadrà nell’immediato futuro – continuerebbero a rimanere insolute tutte le questioni più scottanti: i confini, lo status di Gerusalemme, il futuro dei rifugiati palestinesi; proprio quei temi, cioè, che i negoziati indiretti dovrebbero, teoricamente, affrontare a breve. La strada verso un accordo di pace resta ancora tutta in salita.

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Vedi anche:

A. Marzano: Il negoziato israelo-palestinese riparte in salita