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Dopo le elezioni

I due volti della Bosnia

20 Ott 2010 - Andrea Cellino - Andrea Cellino

Il voto del 3 ottobre in Bosnia ha in parte disatteso le previsioni della vigilia. Molti davano per scontata una riconferma dei partiti nazionalisti che hanno fatto segnare il passo, se non arretrare, il paese balcanico negli ultimi quattro anni. Facendo leva su paure e divisioni persistenti tra bosgnacchi (musulmani), serbi a croati, i leader nazionalisti hanno rafforzato gli steccati già previsti dall’accordo di Dayton che pose fine al conflitto nel 1995. Alcuni di loro hanno anche ostacolato le riforme necessarie all’integrazione europea della Bosnia. Ma gli elettori, chiamati a rinnovare i membri della Presidenza tripartita, il parlamento nazionale, le assemblee delle due entità – Federazione di Bosnia Erzegovina (FBiH) e Repubblica Serba (RS) – e le amministrazioni cantonali nella FBiH sembrano aver dato una risposta diversa.

Estremisti in ritirata
Infatti, nella Federazione si è registrata la chiara vittoria dei partiti più moderati, in particolare di quello socialdemocratico (Sdp), guidato da Zlatko Lagumdzija, che si è assicurato la maggioranza relativa dei seggi in parlamento e nell’assemblea regionale. Ma anche dei centristi del Partito d’azione democratica (Sda), fondato da Alija Izetbegovic, ex-presidente e leader bosgnacco durante la guerra del ’92-’95. Proprio il figlio di quest’ultimo, Bakir, ha conquistato il seggio presidenziale destinato ai bosgnacchi, strappandolo contro ogni previsione all’uscente Haris Silajdzic che, alla guida del Partito per la Bosnia Erzegovina (SBiH), era il principale fautore della linea intransigente. Linea che è stata chiaramente bocciata dagli elettori, visto che SBiH risulta il grande sconfitto di questo scrutinio.

Tutto come previsto, invece, nell’altra entità, la Republika Srpska, dove il premier Milorad Dodik, nonostante una (neppure troppo) velata campagna contro di lui di una parte della comunità internazionale, è stato eletto presidente. Il suo partito, l’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd), su posizioni nazionaliste, difendendo una forte autonomia della RS e minacciando a tratti una secessione della stessa, ha trionfato nell’entità a maggioranza serba e ottenuto quasi altrettanti seggi quanto l’Sdp a livello nazionale. Solo nella corsa al seggio presidenziale serbo, il candidato dell’opposizione ha insidiato la supremazia dell’Snsd.

Differenze crescenti
Come spiegare tali differenze? Nella Federazione, le gravi preoccupazioni economiche hanno condizionato gli elettori. Questi hanno non solo patito le conseguenze della crisi, ma pagato le inefficienze della sua complessa struttura amministrativa, caratterizzata dalla difficile alleanza tra bosgnacchi e croati e da un grado elevato di corruzione. Da qui la sconfitta dei partiti al governo. A questo si aggiunga una più attiva mobilitazione dei media e della società civile e la consapevolezza che le posizioni massimaliste di leader come Silajdzic, ancorati fortemente al passato, non abbiano fatto che da sterile controcanto alla retorica nazionalista di Dodik.

Il nazionalismo di Dodik ha invece pagato nell’entità serba per vari motivi. Innanzitutto, i cittadini della RS hanno beneficiato di un governo più efficace perché più centralizzato. Nonostante l’economia incominci anche qui a dare segni di debolezza, la crisi è stata ritardata da opportune privatizzazioni che hanno portato liquidità nelle casse della RS. Inoltre, l’opposizione è apparsa poco credibile e divisa, schiacciata dalla macchina propagandistica di Dodik, che ha fatto leva sulle paure dei serbi nei confronti dei bosgnacchi.

Alcuni altri elementi di novità vanno sottolineati. Soprattutto la sorprendente affermazione del magnate dei media Fahrudin Radoncic, a capo di una nuova formazione, l’Sbb, che ha raccolto consensi soprattutto nella Federazione, dove diventa il terzo partito. Radoncic, imprenditore dal passato fumoso, ha utilizzato il diffuso quotidiano Dnevni Avaz, di sua proprietà, per condurre una campagna spregiudicata, presentandosi come l’uomo del cambiamento, in grado di rilanciare l’economia. Assicuratosi anche l’appoggio dei musulmani più conservatori, Radoncic pare avere attinto al serbatoio di voti del presidente uscente Silajdzic.

In campo croato, nonostante la riconferma dei partiti nazionalisti, la rielezione con largo margine del popolarissimo presidente uscente Zeliko Komsic, croato ma nelle file dei socialdemocratici, ha scatenato l’ira dei croati ‘veri’. Questi considerano Komsic, che ha senz’altro raccolto anche il voto di molti bosgnacchi, come un usurpatore e hanno ripreso a chiedere a gran voce la creazione di una “terza entità”, che li separi da serbi e musulmani.

Già prima del completamento dello spoglio delle schede, il 18 ottobre, le manovre dei leader sono incominciate per cercare possibili coalizioni. Visti i due volti del risultato, non è facile fare previsioni. Mentre nella RS l’esito non lascia dubbi, nella Federazione si possono prospettare varie combinazioni: in quasi tutte, comunque, l’Sda e l’Sdp dovrebbero avere un ruolo centrale.

Le cose si complicano parecchio per il governo centrale che, nonostante abbia poteri limitati, è fondamentale per il buon funzionamento del paese, soprattutto per le riforme che lo avvicinerebbero all’Europa. Il paradosso è che i due partiti che appaiono maggiormente in posizione di forza, l’Sdp di Lagumdzija e l’Snsd di Dodik, sono entrambi membri dell’Internazionale socialista, ma rappresentano visioni opposte del futuro del paese. Il primo, multietnico, europeista e fautore di un governo centrale forte; il secondo, euro-scettico e fortemente autonomista. E anche ipotizzando che l’Sdp riesca a creare una coalizione escludendo Dodik, questi avrebbe buon gioco, per via dei veti che può imporre l’entità da lui dominata, nel bloccare ogni riforma o decisione considerata lesiva dell’autonomia dei serbi.

Rischio impasse
Gli ottimisti prospettano una grande coalizione alla tedesca, o perfino un progressivo riavvicinamento dei due grandi partiti socialdemocratici, i cui leader hanno dato comunque prova in passato di un certo pragmatismo. A fare da “ponte” potrebbe addirittura essere Radoncic, che in quanto musulmano del Sangiaccato, regione della Serbia, gode di buoni rapporti con Dodik, ed è in affari con uomini a lui vicini.

I pessimisti prevedono una lunga impasse, che potrebbe durare fino ai primi mesi dell’anno prossimo e forse oltre. Questo complicherebbe le cose anche per la comunità internazionale, che ancora mantiene in Bosnia una sorta di protettorato, guidato dall’Ufficio dell’Alto rappresentante (Ohr). Un governo bosniaco più efficace nel portare avanti le riforme richieste dal processo di integrazione europea (compresa quella costituzionale resa obbligatoria da una recente sentenza della Corte europea), potrebbe accelerare la chiusura di Ohr e il rafforzamento del ruolo della Ue. Ma nell’intricata struttura etno-nazionalista bosniaca, ogni cambiamento richiede lunghi negoziati tra le varie parti, e mosse affrettate potrebbero vanificare anni di impegno e di finanziamenti internazionali, oltre che mettere a rischio i progressi recentemente registrati in quasi tutta questa regione travagliata.

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Vedi anche:

M. Tacconi: Bosnia al voto con l’ipoteca del nazionalismo

R. Bastianelli: Il rebus delle riforme in Bosnia-Erzegovina