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Medioriente

Il negoziato israelo-palestinese riparte in salita

28 Ago 2010 - Arturo Marzano - Arturo Marzano

Dopo molte titubanze, il presidente dell’Autorità palestinese (Ap) Abu Mazen ha accettato di sedersi, in qualità di presidente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), al tavolo negoziale con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Gli Stati Uniti hanno premuto a lungo perché l’Ap, inizialmente contraria, accettasse di far ripartire il dialogo diretto con Israele dopo circa tre mesi di negoziati indiretti, gestiti dall’inviato speciale americano in Medioriente George Mitchell. È uno sviluppo in linea con quanto chiesto dall’ultimo vertice della Lega Araba e con quanto concordato a Washington da Netanyahu e Obama all’inizio di luglio.

Bastone e carota
Nell’incontro di Washington il presidente americano e il premier israeliano avevano messo da parte una serie di divergenze, stabilendo che, in cambio dell’impegno israeliano ad allentare l’embargo nei confronti di Gaza, l’amministrazione americana avrebbe fatto pressioni perché Abu Mazen accettasse di riprendere le trattative dirette. Sebbene Washington abbia espressamente negato di avere minacciato ritorsioni nei confronti dell’Ap, nel caso in cui questa avesse perseverato nel suo rifiuto, è chiaro che il pressing americano è stato molto intenso. L’amministrazione Usa ha usato il classico metodo del bastone e della carota, lo stesso peraltro utilizzato con Israele.

Il via libera israeliano all’acquisto da parte dell’Ap di 50 veicoli armati di fabbricazione russa, bloccati a lungo in Giordania, si deve certamente all’influenza americana su Gerusalemme. Anche la recente promozione della missione dell’Olp a Washington a “delegazione generale”, come da tempo avviene in molti paesi europei, rientra in un pacchetto di incentivi offerti all’Ap in cambio del via libera ai nuovi negoziati. Anche dietro la decisione di Giordania, Egitto e Arabia Saudita di sponsorizzare, all’interno della Lega Araba, i negoziati diretti, c’è l’azione diplomatica Usa.

Varie ragioni hanno indotto Abu Mazen a riprendere il dialogo con Netanyahu, che comincerà formalmente il 2 settembre a Washington. In primo luogo, il presidente dell’Ap non poteva permettersi uno scontro prolungato con l’amministrazione americana. Se fosse rimasto fermo sul suo no, avrebbe inoltre rischiato di fornire a Netanyahu, su un piatto d’argento, il pretesto per riprendere la costruzione degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi a partire dal 26 settembre, giorno in cui termineranno i dieci mesi di “congelamento” decisi nel novembre scorso dal governo israeliano.

Verso un deja vu?
Abu Mazen ha cercato a lungo di condizionare la riapertura di trattative dirette all’accettazione israeliana dell’obiettivo indicato dal Quartetto (Usa, Russia, Ue e Onu) lo scorso 19 marzo, vale a dire la nascita a breve scadenza di uno Stato palestinese con frontiere definite sulla base dei confini pre-1967. Tuttavia, a seguito del rifiuto israeliano della proposta palestinese, e di fronte allo stallo nelle trattative, gli Usa hanno dato il placet alla ripresa di negoziati diretti senza alcuna pre-condizione, così come chiedeva Israele.

Perché Abu Mazen si è opposto così a lungo ad una riapertura del dialogo diretto con Netanyahu? Dalla storia diplomatica degli ultimi venti anni, a partire dalla conferenza di Madrid del 1991, la dirigenza palestinese aveva tratto una lezione fondamentale: evitare trattative diplomatiche che non stabiliscano espressamente il punto di arrivo, cioè uno Stato palestinese con i confini pre-1967.

Già il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir aveva accettato di partecipare alla conferenza di Madrid, cedendo alle pressioni dell’allora presidente Bush (senior), perché convinto che, facendo melina, avrebbe potuto tirare le cose in lungo senza giungere ad alcun accordo. La stessa tattica adottata da Netanyahu quando, divenuto primo ministro nel 1996, scelse di continuare i negoziati previsti da Oslo, conscio che avrebbe potuto rimandare all’infinito la discussione delle questioni cardine del conflitto: lo Stato palestinese, le sue frontiere, lo status di Gerusalemme, l’acqua, i rifugiati. Infine, i round negoziali successivi alla conferenza di Annapolis del novembre 2007, avevano definitivamente convinto Abu Mazen che il solo modo per evitare un’altra trattativa diplomatica senza sbocco – con il rischio, peraltro, che la responsabilità venisse ancora una volta scaricata sui palestinesi – fosse vincolarla all’accettazione da parte israeliana di alcune precise pre-condizioni.

Sono ora in molti a ritenere che si stia per assistere ad un déjà-vu, ossia ad un negoziato destinato a finire in un nulla di fatto. Anche nel caso, improbabile, di un accordo, molto poche – per non dire nulle – sarebbero le possibilità per le due parti di metterlo concretamente in pratica.

Per quanto riguarda i palestinesi, è indubbio che la divisione politica e territoriale tra Fatah e Hamas ponga notevoli ostacoli. Se pure Israele raggiungesse un accordo con l’Olp – cioè con Fatah – che chance avrebbe di essere attuato nella Striscia di Gaza, sotto controllo di Hamas? Inoltre, essendo la leadership di Hamas divisa tra un’ala possibilista e una più oltranzista, nessuno è in grado di stabilire quanto potrebbe durare un eventuale governo di unità nazionale Fatah-Hamas che si formasse con l’obiettivo di mettere in pratica un accordo di pace.

Pensare l’impensabile
Quanto a Israele, un primo problema è la tenuta del governo. Supponendo che Netanyahu fosse disposto a rischiare una sorta di “suicidio” politico, firmando un accordo di pace che preveda il ritorno ai confini del 1967, il governo cadrebbe per la spaccatura che si verrebbe a creare nel Likud e per l’opposizione degli altri partiti della maggioranza, con l’eccezione – forse – dei laburisti. D’altronde, anche nella remota ipotesi in cui nascesse un nuovo governo, con l’innesto di Kadima, un accordo che prevedesse l’eliminazione di un numero rilevante di insediamenti israeliani sarebbe molto complicato da realizzare per l’opposizione decisa dei coloni e di una parte considerevole del mondo politico israeliano.

Si profila perciò un nuovo fallimento. Il che pone il problema dell’effettiva realizzabilità dell’opzione “due popoli – due Stati” su cui hanno mirato, almeno sulla carta, i negoziati degli ultimi vent’anni. Non è forse giunto il momento – come ha sostenuto lo storico inglese Tony Judt, recentemente scomparso – di “pensare l’impensabile”, ossia dimenticare l’opzione “due popoli – due Stati” per abbracciare quella di “uno Stato unico binazionale”?

Evitare “l’impensabile” è forse l’unica motivazione che potrebbe portare le due parti ad affrontare i nuovi negoziati con una minima chance di successo. La domanda che ci si dovrebbe porre è dunque la seguente: Israele e l’Ap si rendono conto che, in caso di mancato accordo, “l’impensabile” potrebbe realmente divenire “pensabile”? Sono disposti ad adoperarsi per evitare che ciò accada? O si deve concludere che anche per le due parti è ormai possibile “pensare l’impensabile”?

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