Israele a rischio isolamento
L’episodio della Freedom Flotilla, lo scorso 31 maggio, ha dato il via ad una nuova ondata di critiche contro Israele. Manifestazioni di protesta si sono svolte in varie parti del mondo, non solo nei paesi arabi, ma anche in molti paesi europei e asiatici, musulmani e non. Hanno destato scalpore, in particolare, le proteste nei campus universitari americani. Che nell’opinione pubblica internazionale si registri una crescente opposizione alle politiche israeliane è, d’altronde, un dato assodato da tempo. Basti pensare al noto sondaggio dell’ottobre del 2003 da cui risultava che, secondo il 59% degli europei, Israele era il paese più pericoloso per la pace.

Freddezza crescente
La questione su cui vale la pena riflettere è, però, se la percezione di Israele sia mutata anche a livello governativo, se cioè la politica israeliana del governo Netanyahu, in carica da poco più di un anno, abbia determinato un cambiamento anche nel modo in cui i governi di paesi “amici di Israele” – e non solo le loro opinioni pubbliche – si relazionano allo Stato ebraico.
Nonostante il recente ingresso nell’Ocse, salutato dai media israeliani come un successo del governo Netanyahu, sono, infatti, numerosi i segnali che testimoniano una preoccupante presa di distanza nei confronti di Israele da parte di governi – su tutti quello americano – tradizionalmente vicini a Israele. Esiste realmente un rischio di isolamento internazionale, oppure questa lettura è eccessivamente allarmistica?
Che il primo viaggio ufficiale di un presidente israeliano in Corea del Sud sia stato trasformato in una semplice visita privata a causa del rifiuto dei leader coreani di tenere incontri ufficiali con Shimon Peres all’indomani degli eventi della Freedom Flotilla, è certamente un segnale da non sottovalutare. Come pure le reazioni europee: il Consiglio dei ministri degli esteri dell’Ue non ha condannato esplicitamente Israele, ma l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Catherine Ashton, ha fortemente stigmatizzato la politica di chiusura della striscia di Gaza. In Medio Oriente, oltre alle aspre critiche da parte egiziana, l’episodio della Freedom Flotilla ha causato una nuova crisi nei rapporti già tesi con la Turchia. In verità, le relazioni turco-israeliane sono sempre state abbastanza altalenanti, ma la decisione di Ankara di ritirare il proprio ambasciatore in Israele e chiudere il proprio spazio aereo ad alcuni voli militari israeliani dimostra che questa crisi è di una gravità particolare.
Se si allarga il campo di osservazione, il crescente isolamento israeliano emerge in modo ancora più evidente. Due settimane fa, l’Irlanda è stato il terzo paese “amico” ad espellere un diplomatico israeliano, dopo aver denunciato l’utilizzo di passaporti falsi da parte del commando che ha ucciso a Dubai, nel gennaio scorso, Mahmoud Al-Mabhouh, influente membro di Hamas. Anche se Israele non ha, naturalmente, confermato o smentito il proprio coinvolgimento, le indagini di varie intelligence indicano che il commando responsabile dell’omicidio fosse composto da uomini del Mossad, il servizio segreto israeliano. Nel marzo scorso, la Gran Bretagna aveva espulso un diplomatico israeliano, in modo, peraltro, piuttosto eclatante, proprio il giorno in cui veniva inaugurata la sede ristrutturata dell’ambasciata israeliana a Londra, con un ricevimento cui avrebbe dovuto partecipare anche l’allora ministro degli esteri inglese David Miliband. Un vero e proprio schiaffo da parte di Londra.
A fine maggio, è stato il turno dell’Australia, mentre Francia e Germania, anch’essi vittime della falsificazione di passaporti utilizzati dagli uomini del commando, non hanno ancora preso alcuna decisione in materia. In compenso, Berlino ha emesso una richiesta di estradizione nei confronti di un cittadino israeliano attualmente in carcere in Polonia, ritenuto coinvolto nella vicenda. Questo episodio ha ulteriormente complicato i rapporti tra Gerusalemme e Berlino, piuttosto tesi da alcuni mesi. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha infatti preso una posizione ferma contro la costruzione di nuovi insediamenti israeliani a Gerusalemme est. Inoltre, il governo tedesco rifiuta di incontrare il consigliere per la sicurezza nazionale Uzi Arad (cui per un certo tempo è stato negato l’ingresso negli Usa). Lo scorso agosto Arad ebbe un violento scontro verbale con Christoph Heusgen, consigliere politico della Merkel sulla questione dei nuovi insediamenti
Frattura con Washington
È però soprattutto la freddezza delle relazioni con Washington a preoccupare il governo israeliano, come ha ultimamente confermato Michael Oren, ambasciatore israeliano negli Usa. Con toni allarmati, Oren ha definito quella tra Gerusalemme e Washington una “frattura tettonica” di difficile ricomposizione. Qualcosa di molto diverso dunque da una crisi passeggera destinata, come le precedenti, ad essere presto superata. Che il governo Netanyahu avrebbe avuto difficoltà relazionali con l’amministrazione Obama, erano in pochi a dubitarne. Ma che le tensioni salissero a tal punto era difficile immaginarlo.
Una tale freddezza non si registrava dai tempi di Eisenhower. Basti ricordare quanto avvenuto nel marzo scorso, allorché il vice-presidente americano Joe Biden – ritenuto peraltro uno dei più vicini a Israele all’interno dell’amministrazione americana – è stato “insultato” dal governo israeliano, per usare le parole del segretario di stato Hillary Clinton. Proprio mentre Biden era in visita in Medioriente per far ripartire i negoziati di pace israelo-palestinesi, il ministero degli interni israeliano ha annunciato l’approvazione di un piano per la costruzione di 1.600 abitazioni a Ramat Shlomo, un insediamento di Gerusalemme est. L’Autorità palestinese ha immediatamente fatto un passo indietro sulla riapertura dei negoziati e il tentativo di mediazione americano è stato così frustrato sul nascere.
Ma l’episodio che ha forse allarmato di più Gerusalemme è stato il via libera americano al testo finale della conferenza di riesame del Trattato di non proliferazione (Tnp) nel maggio scorso. Nel testo, Israele viene esplicitamente invitato ad aderire al Trattato in modo da aprire la strada a un Medio Oriente denuclearizzato. È significativo che Obama abbia dato il suo assenso a un testo in cui viene espressamente citato Israele. Cinque anni fa il suo predecessore, George W. Bush, si era rifiutato di farlo. È probabile che questa mossa di Obama abbia contribuito a convincere Russia e Cina ad approvare un quarto round di sanzioni contro l’Iran – come auspicato da Israele – ma si tratta in ogni caso di una decisione che conferma il nuovo corso dell’amministrazione americana: Washington non è più disposta a lasciare carta bianca a Israele e richiede che, in cambio del proprio sostegno, Gerusalemme compia passi concreti nel dialogo con i palestinesi e adotti un atteggiamento di maggiore apertura sulle questioni di sicurezza regionali.
Anche il generale David H. Petraeus, comandante del US Central Command, non ha fatto mistero del suo disappunto per la politica israeliana. Nel marzo scorso alla commissione difesa del Senato ha detto a chiare lettere che lo stallo nel conflitto israelo-palestinese rischia di fomentare sentimenti anti-americani nel mondo arabo e islamico poiché vi alimenta la percezione di un favoritismo americano a sostegno di Israele. Un concetto non così lontano da quanto alcuni analisti americani dicono da tempo, che cioè l’alleanza con Israele sta progressivamente diventando un peso.
Tutto ciò sta ad indicare che Israele potrebbe trovarsi sempre più in una situazione di pericoloso isolamento. Non siamo (ancora) a questo punto. Ma è un rischio tutt’altro che remoto ed è bene che Gerusalemme inizi a rifletterci seriamente.
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Vedi anche:
N. Ronzitti: È legittimo il blocco di Gaza?
R. Aliboni: L’illuminismo di Obama e la Realpolitik mediorientale
C. Calia: Militari Usa contro Netanyahu
