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La vittoria di Yanukovich

L’Ucraina in crisi guarda ad est

10 Feb 2010 - Giovanni Casa - Giovanni Casa

Instabilità in politica interna e riavvicinamento alla Russia in politica estera. Sembrano queste le conseguenze prevedibili del ballottaggio delle presidenziali ucraine, vinto di misura dall’ex primo ministro, Viktor Yanukovich, contro il premier in carica, Yulia Timoshenko. Lo scarto tra i due candidati è di poco superiore al 3% (48,9% contro 45,5%), pari a circa 800 mila voti, mentre oltre un milione di consensi ha ottenuto l’opzione “contro tutti”, indicata dal capo dello Stato uscente, Viktor Yushenko.

Nelle prime dichiarazioni dopo lo spoglio, il fronte sconfitto ha dichiarato di non riconoscere la vittoria del rivale, parlando di brogli, in particolare nelle regioni orientali del paese, roccaforte di Yanukovich. Tuttavia, lo scenario appare ben diverso da quello del 2004, quando le denunce e le proteste, anche internazionali, portarono alla ripetizione del secondo turno e al successo della “Rivoluzione arancione”. A livello interno, infatti, prevale una sfiducia generalizzata verso la classe politica e non sembrano all’orizzonte mobilitazioni di piazza; inoltre, le reazioni diplomatiche questa volta hanno dato una sostanziale legittimità all’esito del voto.

La delegazione degli osservatori dell’Osce ha definito le elezioni “una dimostrazione impressionante di democrazia, una vittoria per tutti”. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Catherine Ashton, ha affermato che l’Ue “è pronta a collaborare con il nuovo presidente per approfondire le relazioni con l’Ucraina e sostenere l’attuazione dell’agenda delle riforme”, sottolineando “il forte impegno dimostrato verso il processo democratico” da parte dell’elettorato. Un’analoga valutazione è stata espressa dal presidente del Parlamento europeo, il polacco Jerzy Buzek, mentre una nota dell’ambasciata degli Usa a Kiev, senza citare il nuovo presidente e i rapporti bilaterali, ha evidenziato l’ulteriore “passo verso il consolidamento della democrazia ucraina”. I vincitori non sembrano preoccuparsi troppo per l’annunciata raffica di ricorsi, sostenendo che al massimo potranno ritardare di qualche giorno l’insediamento presidenziale.

Una crisi che morde
Il vero terreno di scontro è quello del controllo del governo. Timoshenko non è obbligata a dimettersi e non ha alcuna intenzione di farlo, mentre Yanukovich, al momento, non ha una maggioranza parlamentare. In primo luogo cercherà di reclutare transfughi dalla disciolta coalizione arancione, formata dal “Blocco Yulia Timoshenko” e da “Nostra Ucraina-Autodifesa popolare” di Yushenko. L’extrema ratio è quella di sciogliere la Rada, il Parlamento unicamerale di Kiev, e andare a elezioni anticipate rispetto alla scadenza del settembre 2011, anche se questo scenario risulta assai impopolare e di non facile attuazione costituzionale, visto che il paese pare stanco di continue chiamate alle urne, mentre la crisi economica morde.

Lo scorso anno il Pil è sceso in picchiata del 15% e il Fmi ha sospeso un programma di aiuti, pari a 16 miliardi di dollari. I settori più coinvolti dalla crisi sono quelli della produzione delle macchine utensili (-45%), l’industria leggera (-26%) e quella chimica (-23%). Per l’anno in corso si prevede un flebile aumento del Pil (+2,5%).

La vittoria di Yanukovich archivia l’obiettivo strategico, tentato da Yushenko, di un orientamento del paese verso le principali istituzioni euro-atlantiche ed è destinata a migliorare i rapporti con Mosca. Subito dopo il primo turno, il Cremlino aveva inviato un segnale inequivocabile, mandando il proprio ambasciatore a Kiev dopo mesi di stallo. Lo scontro diplomatico durissimo avvenuto per la guerra in Georgia resta un ricordo del passato, tanto che alcuni ritengono possibile il riconoscimento di Ossezia del Sud e Abkhazia da parte del nuovo presidente.

L’importanza strategica dell’Ucraina è data dalla sua collocazione geopolitica di cerniera tra l’Ue e la Russia, trovando così nuova coerenza il millenario significato del nome (Ucraina vuol dire, infatti, ‘terra presso il confine’), e da due motivi specifici: l’80% del gas russo diretto all’Europa transita proprio per l’Ucraina; inoltre, il paese ospita la flotta russa del Mar Nero, cruciale per la politica e le ambizioni di Mosca.

Lo scorso anno è stato firmato un accordo sui gasdotti dal premier Timoshenko con il collega russo Putin, paradossalmente criticato da Yanukovich perché ritenuto troppo oneroso per Kiev. Lo staff del vincitore intende creare un consorzio che associ la russa Gazprom, l’ucraina Naftogaz e compagnie europee, al fine di gestire la rete di gasdotti.

Coinvolgendo i russi, Yanukovich punta a ottenere prezzi migliori per l’acquisto del gas russo e dissuadere il Cremlino dal costruire due gasdotti (North Stream e South Stream) che eviterebbero il territorio ucraino. Gazprom preferisce ottenere il controllo dei gasdotti ucraini in cambio di una riduzione delle tariffe. È poco probabile che Mosca rinunci a costruire North Stream e South Stream, anche per cautelarsi nei confronti di possibili diverse future leadership ucraine.

Polarizzazione
Non meno delicato è la questione della flotta russa del Mar Nero, ereditata dal collasso dell’Unione sovietica. Nel 1997, durante il primo mandato del presidente Kuchma, l’Ucraina aveva firmato un Trattato di amicizia e cooperazione con Mosca. Da un lato, la Russia si era impegnata a non avanzare pretese territoriali verso lo Stato vicino, dall’altro Kiev aveva concesso in affitto per 20 anni la base per la flotta russa del Mar Nero, con il quartier generale a Sebastopoli, in Crimea. La sua ubicazione consente una credibile proiezione verso il Mediterraneo e la sua perdita sarebbe per la Russia un grave colpo. Yushenko aveva ripetutamente espresso l’intenzione di non rinnovare la concessione, chiedendo inoltre un aumento dell’affitto annuale (98 milioni di dollari).

È prevedibile che Yanukovich, sostenuto dalla componente filo-russa del paese, sarà molto più morbido nei confronti di Mosca. Il voto, tuttavia, conferma la profonda spaccatura della società ucraina: così come per Yushenko è stata di intralcio la fiera opposizione delle regioni orientali, storicamente legate a Mosca sia per motivi etnici che linguistici, non è difficile prevedere che una forte opposizione al nuovo presidente verrà dalle regioni occidentali del paese, dove tradizioni, storia, lingua, cultura e religione hanno riferimenti a Ovest.

Il dato elettorale segna, infatti, una polarizzazione che è difficile riscontrare altrove. Timoshenko, che si è imposta in 17 circoscrizioni su 27, ha ottenuto più dell’80% in quattro regioni occidentali (Ivano-Frankivs’k, Ternopil’, Leopoli e Volinia), mentre Yanukovich ha trionfato con percentuali analoghe nelle circoscrizioni orientali (Donetsk e Luhansk) e a Sebastopoli.

Le divisioni interne, la mancata lotta alla corruzione e il collasso economico sono stati fatali alla maggioranza uscente, ma lo svolgimento di elezioni complessivamente regolari e un risultato aperto – merce rara nel gigantesco spazio politico ex-sovietico – sono, come ha scritto il giornale di Anna Politkvoskaja, “la fine dell’epoca della paura della democrazia. Se in Ucraina esiste veramente la democrazia, è merito di Yushenko”. Non è poco.

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Vedi anche:

N. Sartori: Le pressioni del Cremlino e l’incerto futuro dell’Ucraina