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A due anni dall’indipendenza

La tormentata strada del Kosovo verso l’Ue

16 Feb 2010 - Pietro Paolo Proto - Pietro Paolo Proto

A due anni dall’indipendenza, la situazione del Kosovo si presenta ancora complessa. La difficile integrazione della popolazione serba, una sovranità non piena, la missione dell’Unione europea debole e poco popolare, strutture statali ed una situazione socio-economica fragili, anche rispetto a quelle dei suoi vicini, sono le principali questioni sul tavolo.

La “questione settentrionale”
La dichiarazione finale adottata durante l’ultima riunione dell’International Steering Committee (parte dell’International Civilian Office), tenutasi a Vienna l’8 febbraio scorso, ribadisce la necessità di uno sforzo congiunto, con il sostegno anche di Belgrado, volto a migliorare le condizioni di vita nella regione nord del Kosovo e a favorire una maggiore integrazione dei cittadini della comunità serba con le istituzioni statali.

La situazione nella regione settentrionale del paese, rappresenta, infatti, uno dei principali nodi ancora da sciogliere. Nel nord la comunità serba, in maggioranza, non si riconosce nelle istituzioni statali della Repubblica del Kosovo e stenta, perciò, ad integrarsi con il resto della popolazione. Da più parti era stata anche ventilata l’ipotesi di una cessione di questa striscia di terra alla Serbia. Ipotesi peraltro decisamente scartata dall’ambasciatore italiano a Pristina, Michael L. Giffoni, che è stato di recente nominato facilitatore per l’Unione europea nel nord del Kosovo. In tale veste, il suo compito sarà quello di lavorare all’integrazione della comunità serba del nord con il resto del paese, ma anche di rappresentare l’Unione europea in quest’ area, dove, fino ad oggi, è stata poco visibile.

Sovranità e missione dell’Ue
Nonostante la maggior parte dei paesi membri dell’Unione europea riconosca la sovranità del Kosovo, Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna ancora non lo fanno e non paiono intenzionati, nel breve periodo, a voler cambiare orientamento. L’Italia, dal canto suo, ha ribadito, nell’ambito della recente missione del sottosegretario agli esteri Mantica, la volontà di voler proseguire sulla strada iniziata due anni fa: portare avanti il processo di adesione della Serbia e sostenere la costruzione di uno stato sovrano in Kosovo capace, dopo oltre un decennio di assistenza da parte della comunità internazionale, di poter camminare con le sue gambe.

La questione del riconoscimento della sovranità ha ripercussioni anche sulle sorti di Eulex (European Union rule of law mission in Kosovo), la più grande missione di politica di sicurezza e difesa dell’Unione europea, dispiegata lo scorso aprile in Kosovo. Neutrale nei confronti dello status del Kosovo, Eulex ha il compito di sostenere le autorità del paese nei compiti di polizia, giudiziari e frontalieri, nell’ambito della Risoluzione 1244/99 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e di assumere gradualmente i compiti della missione dell’Onu Unmik. Tuttavia, sia la comunità serba che quella albanese hanno mostrato, in occasioni diverse, diffidenza verso la missione.

A causa di un protocollo di collaborazione con il Ministero degli Interni serbo per la lotta alla criminalità organizzata, Eulex è stata accusata dalla comunità albanese di voler ridare il controllo del paese alla Serbia. E la popolarità tra i circa 100.000 serbi in Kosovo non è certo maggiore: recentemente, sono state raccolte oltre 48.000 firme per il ritiro di Eulex in una petizione consegnata al presidente serbo Boris Tadic. Secondo la comunità serba del Kosovo, infatti, Eulex non ha uno status neutrale e non opera in conformità alla risoluzione 1244/99 del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

A questo si aggiunge che la Serbia non riconosce il ruolo del Rappresentante civile in quanto organo istituito dal Piano Ahtisaari, già definito inaccettabile da Belgrado. Non solo: Goran Bogdanović, ministro serbo per il Kosovo, ha di recente espresso critiche abbastanza dure nei confronti di Pieter Feith e, in particolare, del suo doppio ruolo di Rappresentante civile internazionale e Rappresentante speciale dell’Unione europea. Sempre secondo il ministro serbo, la confusione e l’ambiguità generate dall’attività del diplomatico olandese sarebbero “il principale ostacolo alla cooperazione sul terreno”, ma anche una maniera subdola per dare attuazione al Piano Ahtisaari.

Più in generale, non si può non ravvisare un’insofferenza profonda, una sorta di protectorate fatigue, da parte della popolazione kosovara (sia albanese che serba), nei confronti dell’ingerenza ormai decennale della comunità internazionale nella vita di tutti i giorni. Di fatto, l’indipendenza dalla Serbia ha significato sinora, dal punto di vista dei kosovari, il passaggio da un protettorato a sigla UN a uno EU. Tuttavia, è stata di recente approvata una progressiva riduzione del contingente Kfor, da 15.000 a circa 10.000 unità (coerentemente, quello italiano sarà ridotto di circa 500 unità): segno, probabilmente, di una migliorata situazione di sicurezza, ma anche della necessità, in tempi di crisi, di ridurre i costi delle missioni internazionali.

La costruzione dello Stato e la strada verso l’Europa
La strategia annuale e i progress report sull’allargamento pubblicati il 14 ottobre scorso dalla Commissione europea, evidenziano alcuni passi avanti verso l’Ue, ma anche il rischio che il Kosovo rimanga indietro rispetto ad altri paesi dei Balcani occidentali. Rispetto ai criteri di Copenhagen, il Kosovo ha fatto alcuni progressi per quanto riguarda l’allineamento legislativo agli standard Ue, ma è molto indietro con la realizzazione di politiche concrete.

Secondo la Commissione europea, devono essere rafforzate le capacità della pubblica amministrazione e del parlamento, mentre la riforma del settore giudiziario, così come la lotta alla corruzione e al crimine organizzato, richiedono sforzi immediati. Assicurare la partecipazione della comunità serba e delle altre comunità minoritarie alla vita pubblica è cruciale. Bisogna costruire fiducia e promuovere il dialogo. Dal punto di vista economico, corruzione, debole stato di diritto, incertezza sui diritti di proprietà e disoccupazione continuano a rappresentare forti limitazioni per lo sviluppo del paese e impediscono una piena realizzazione dei diritti di cittadinanza. Anche la questione dei visti genera malumore: dal 2010 i cittadini di Macedonia, Montenegro e Serbia possono circolare liberamente nell’Unione senza visto mentre i kosovari no (anche se ufficialmente le ragioni sono tecniche, ossia la mancanza di passaporti biometrici).

A due anni dall’indipendenza, la situazione del Kosovo è dunque lontana dall’essere risolta. Il paese presenta debolezze endogene e strutturali, nonostante le ingenti risorse che negli ultimi anni sono state destinate al suo sviluppo. E il confronto con i paesi vicini non è confortante. Ma le criticità del Kosovo derivano anche da fattori esogeni. I numerosi organismi internazionali presenti nel paese hanno ruoli e mandati spesso poco distinguibili: questo genera confusione tra la popolazione ed aumenta la frustrazione per una prospettiva nell’Unione europea ancora remota. All’Unione europea, dunque, spetta il compito di rafforzare la propria azione nel paese e di rilanciare, in maniera credibile, le prospettive di adesione del Kosovo, trainandolo verso una sovranità piena e responsabile nei confronti di tutti i suoi cittadini.

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Vedi anche:

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