La proliferazione mondiale dei think tanks
Secondo l’ultimo rapporto del “Think Tank and Foreign Policy Program” del Foreign Policy Research Institute (Fpri) di Filadelfia, il numero dei think tank nel mondo è in costante e vertiginosa ascesa. Rispetto all’anno scorso – quando venne pubblicato il secondo rapporto globale – i centri di ricerca che si possono definire come think tank sono aumentati di quasi mille unità, da 5465 a 6305. A fare la parte del leone resta il Nord America, dove sono presenti 1912 centri, seguito dall’Europa occidentale (1750) e dall’Asia (1183). Il primo paese sono gli Stati Uniti (1815), il secondo, neanche a dirlo, la Cina (428), ma in generale nel vecchio mondo occidentale ha sede ancora il 58% del totale dei think tank mondiali.
Secondo il rapporto, le istituzioni italiane che si possono definire think tank sono ben 88 (anche qui, forse, il dato è per eccesso), mentre sono quattro i centri citati in classifica: l’Istituto affari internazionali (Iai), l’Istituto Bruno Leoni di Torino, e poi l’Aspen Institute e il Centre for Economic and International Studies (Ceis) di base all’Università di Tor Vergata di Roma.
Criteri
Per una classificazione le definizioni sono essenziali. Il rapporto ne propone una rosa piuttosto ampia, partendo da quella fornita dall’Undp, che definisce i think tank un “ponte tra conoscenza e potere”. Per McGann, direttore del Fpri, i think tank svolgono una funzione “di filtro” e di “sintesi” per l’identificazione delle policy issues rilevanti, delle soluzioni, e dei metodi per attuarle. Forniscono così un riscontro “terzo” e neutrale alle politiche di amministrazioni e governi.
McGann pone su un continuum i diversi modelli di think tank: a un’estremità quelli che si dedicano a promuovere soluzioni politiche, in un quadro di dibattito aperto e plurale, che favorisce il controllo dell’azione di governo e rende più responsabile (accountable) il ruolo del decisore pubblico; all’altro capo quelli che hanno una propria agenda politica, riducendosi talora a espressione di “interessi speciali”.
Per McGann la moltiplicazione dei centri è un motivo di speranza e fiducia in un funzionamento più razionale e trasparente dei sistemi politici: un’iniezione di expertise nei processi decisionali. L’assunto è che la presenza dei think tank sia in sé per sé indice del buon funzionamento di una democrazia liberale. E qui appare una delle debolezze di questo rapporto (comunque utile e ricco di informazioni): la visione illuministica della funzione dell’esperto proposta da McGann – per il quale uno dei compiti del think tank è “dire la verità al potere”, parafrasando la formula del politologo americano Aaron Wildawsky – non si sposa con la moltiplicazione dei think tank in paesi assai poco liberali, come la Cina e la Russia. Insomma, all’approccio di McGann sembra mancare una riflessione più accurata su quale possa effettivamente essere il ruolo di “ponte tra conoscenza e potere” svolto da un think tank all’interno di regimi scarsamente o per nulla democratici.
L’idealtipo cui pensa McGann corrisponde al modello statunitense, ma potrebbe non essere sufficiente alla luce della moltiplicazione dei centri di ricerca del mondo non occidentale, Asia in primis, messa in luce dal rapporto. Cosa significa essere un think tank in Cina o in Vietnam? Che rapporto c’è tra società civile, governi e think tank in questi paesi? Evidentemente esistono diversi modi di essere think tank sulle quali sarebbe opportuno riflettere di più.
Arena globale
Il rapporto non si pone – e forse non è nemmeno tenuto a farlo – domande di questo tipo; si limita a registrare la diffusione progressiva dello strumento del think tank. McGann sottolinea un dato molto interessante: non solo i think tank aumentano in termini di quantità assoluta, ma i migliori tra loro si fanno sempre più transnazionali o parte di una rete globale, che siano quelli di stampo più “accademico” (le cosiddette “università senza studenti”) o quelli più “policy-oriented”. In Europa, per esempio, si rafforzano di anno in anno le attività dell’European Network of Political Foundations (Enop).
L’esistenza di un’arena globale dei think tank è una realtà e il merito principale del rapporto è di fornire nomi e cognomi dei vari attori che la animano, suddivisi per le diverse regioni del mondo. L’obiettivo è di fornire indicazioni – una bussola – a una platea mondiale al fine di mostrare le migliori esperienze dell’universo dei think tank, classificati per aree geografiche e sottogruppi, in base alle diverse funzioni svolte dai centri di ricerca: settori di policy (politica estera, politiche sanitarie, politiche sociali, sicurezza, economia, economia internazionale, le scienza e la tecnologia eccetera), la migliore comunicazione, l’offerta più innovativa, la capacità d influenza, la qualità della ricerca, i migliori emergenti. Una serie di interessantissime informazioni che vedono premiare quest’anno soprattutto la Brookings Institution (è l’effetto Obama, per un centro composto prevalentemente da democratici centristi, molti dei quali sono andati a lavorare nella nuova amministrazione Usa).
Il peso delle idee
Il limite di questa classificazione è il metodo: si tratta della somministrazione di un questionario ai protagonisti stessi del mondo dei think tank (analisti, finanziatori, manager ecc. ecc: comunque un lavoro enorme), una popolazione vastissima, ma che dà un visione parziale del fenomeno. Altre ricerche – come quella di Andrew Rich pubblicata nel 2004 con il titolo The Politics of Expertise, che però si occupa solo degli Usa – si sono rivolte a una platea più vasta comprendente anche i giornalisti, i politici e i loro staff: da categoria a categoria i risultati cambiano in modo sensibile (per esempio, alla domanda “quale è il think tank più influente” le percezioni sono molto diverse da un’audience all’altra). E poi, se si volessero adottare criteri di classificazione un po’ più stringenti e rigorosi, difficilmente si raggiungerebbe quella cifra di oltre 6 mila think tank. In ultimo: le idee si pesano, non si contano. Anche piccolissimi centri con un’idea vincente e una buona strategia di “marketing” hanno ottenuto straordinari successi: nessuna classifica ci potrà mai svelare appieno il percorso di un’idea.
