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Russia

Il disegno riformatore di Medvedev e il passato che non passa

12 Gen 2010 - Emanuele Schibotto - Emanuele Schibotto

La Russia di oggi è attraversata da due spinte contrapposte, una rivolta al passato, l’altra proiettata verso il futuro. Una larga parte degli apparati politici, economici e militari non sono disposti a privarsi delle conquiste ottenute durante gli ultimi due decenni e mantengono un’attitudine conservatrice. Un gruppo riformatore, trasversale, desidera invece la modernizzazione del paese. Il primo gruppo aspira anzitutto a recuperare la grandeur in campo internazionale; il secondo punta piuttosto a migliorare la qualità della vita, la ricchezza pro capite, la capacità tecnologica e di innovazione.

L’ambizioso programma di Medvedev
La voglia di modernità del paese è personificata dal presidente Dmitri Medvedev. Brillante giurista, politico giovane ancorché navigato, si considera un liberale e vorrebbe dare un volto liberista alla sua presidenza. Sembra guardare più all’economia sociale di mercato sul modello tedesco che al liberismo di stampo anglosassone, non avendo dimenticato, come non ha dimenticato il popolo russo, il disastro provocato dall’ultraliberismo degli anni novanta.

Medvedev ha esplicitato la sua visione in un discorso alla nazione il 12 novembre scorso. L’opera di modernizzazione che ha prefigurato ha due direttrici principali. La prima punta al rafforzamento democratico delle istituzioni: dal sostegno alle organizzazioni senza scopo di lucro a una maggior trasparenza dei partiti politici. La seconda direttrice prevede una revisione del modello di sviluppo economico russo: una maggiore diversificazione produttiva, la riduzione della presenza dello Stato nell’economia, l’incremento degli investimenti esteri diretti, investimenti massicci in ricerca e sviluppo.

In un recente editoriale, l’Economist ha tracciato un interessante parallelo tra Medvedev e Gorbaciov, paragonando il tentativo di modernizzazione dell’uomo nuovo del Cremlino allo sforzo stabilizzatore dell’ultimo segretario generale del partito comunista sovietico: “a volte i discorsi del presidente Medvedev suonano simili alle interpretazioni postmoderne di Gorbaciov. La sua diagnosi è implacabile: un’economia primitiva, basata sulle materie prime incapace di creare prosperità; mancanza di riforme; corruzione cronica. E la sua visione del futuro è carica di entusiasmo: una Russia che prospera con le nanotecnologie e con la navi spaziali a combustione nucleare. Tuttavia, la sua ricetta per le riforme non è praticabile“.

Il peso del passato
Quattro motivi rendono altamente improbabile che il progetto modernizzatore del presidente Medvedev possa concretizzarsi.

In primo luogo, pur presentandosi come uomo del futuro, Medvedev ha un passato ingombrante. È da sempre un fedelissimo di Putin, a cui è legato a doppio filo. Entrambi provengono da San Pietroburgo: si conoscono dai tempi in cui lavoravano per il sindaco Sobchak, nei primi anni novanta. Medvedev fu l’organizzatore della campagna elettorale di Putin alle presidenziali del 2000 ed è stato primo vicepremier durante la seconda Presidenza Putin, quindi profondamente inserito nelle dinamiche politiche della precedente gestione. Quando annuncia propositi modernizzatori, ad un anno e mezzo dall’inizio della sua presidenza, sembra voler mandare un segnale di rottura con il passato, ma quanto è credibile?

Si possono fare due ipotesi. La prima è che Putin appoggi la linea tracciata da Medvedev. La seconda è invece che Medvedev stia lavorando in disaccordo, fosse anche solo parziale, con il suo mentore e attuale Primo Ministro. L’ipotesi più probabile è senza dubbio la prima.

In secondo luogo, la Russia ambisce a ridiventare una grande potenza. Ma non dispone dei mezzi per raggiungere tale obiettivo. È quanto hanno sottolineato sia Zaki Laidi in un articolo recente sul Financial Times sia Dmitri Trenin su Foreign Affairs. Trenin, in particolare, ritiene che negli ultimi cinque anni i decisori politici russi non siano riusciti a chiudere il capitolo relativo alla perdita dell’impero sovietico, scegliendo di intraprendere una politica da grande potenza. Ciò ostacola ogni proposito riformatore.

In terzo luogo, è vero, Medvedev vuole la modernizzazione dell’economia, così come la auspicava Cicerin negli anni ’20 del ventesimo secolo. Ma, come le idee liberali di Cicerin trovavano un’opposizione in Lenin, così l’impianto modernizzatore immaginato da Medvedev si scontra inevitabilmente con gli interessi economici costituiti, rappresentati in modo particolare da una parte consistente dei siloviki: gli uomini provenienti dai servizi segreti, amici intimi dell’attuale primo ministro, inseriti nei gangli del sistema di potere politico, economico e militare.

Si tratta delle oligarchie economiche, detentrici del monopolio statale nei settori economici di importanza vitale per il paese. Basti pensare che il colosso del gas Gazprom produce il 6% della reddito nazionale. La crisi economica globale potrebbe rappresentare un’opportunità irripetibile per ripensare l’economia del paese. La classe politica si sta infatti interrogando su come uscirne. Ed è avvertita diffusamente la necessità di una ristrutturazione del sistema economico. Tuttavia, gli assetti oligopolistici appaiono troppo consolidati per essere rimessi in discussione.

Il quarto ostacolo ai progetti riformisti di Medvedev è rappresentato dalla crescente nostalgia verso l’epopea sovietica. In un discorso tenuto il 30 ottobre scorso, giorno del ricordo delle vittime della repressione politica, Medvedev ha condannato gli orrori perpetrati nei gulag staliniani. Un’affermazione non scontata in Russia; un sondaggio televisivo del 2008 incoronava Stalin come il terzo più grande statista della storia russa. Non è facile per Medvedev fare un discorso realistico sul futuro quando lo sguardo dei russi è così rivolto al passato.

La volontà del Presidente russo di cambiare il paese, liberandolo dal peso del passato, appare genuina. Tuttavia, l’impegno di Medvedev non necessariamente riflette un’autentica rottura con il passato; potrebbe anzi essere parte di una strategia volta più a conservare che a innovare. Importanti ostacoli di natura politica, economica e culturale rendono molto impervia la strada che, con molte titubanze e non poche contraddizioni, hanno imboccato i riformatori russi.

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