Cosa pensano i candidati britannici ai vertici dell’Ue?
Dopo la sospirata firma del Trattato di Lisbona da parte dell’euroscettico presidente ceco Vaklav Klaus, è entrata nel vivo la competizione per le nomine ai vertici dell’Ue, nella quale i britannici vogliono giocare la parte del leone. Se l’ex premier laburista inglese Tony Blair non riuscisse ad essere eletto Presidente stabile del Consiglio europeo, il premier britannico Gordon Brown insiste perché sia il giovane ministro degli esteri del suo governo, David Miliband, a venir nominato Alto rappresentante per la Politica estera europea.
Mentre le cancellerie europee tiravano un sospiro di sollievo, dopo l’uscita del Trattato di Lisbona dai meandri del castello di Praga, una voce oltremanica definiva questo “un brutto giorno per la democrazia”. Non è l’appello del solito fronte eurofobico (che è tornato invece a reclamare una pronuncia popolare sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea), ma l’epitaffio pronunciato da William Hague, Ministro degli esteri in pectore del Governo di Sua Maestà. Una dichiarazione che è stata addirittura letta come una critica all’ovvia constatazione fatta poche ore prima dal leader conservatore Cameron, secondo la quale sarà oramai difficile sottoporre a una consultazione popolare il Trattato di Lisbona, prossimo ad entrare in vigore.
Europeismo all’inglese
Oggi è il Regno Unito – che tra pochi mesi sarà governato da questi signori – ad esprimere i candidati più forti per le due nuove poltrone create da questo tanto maltrattato accordo. Se la candidatura di Tony Blair per la Presidenza del Consiglio europeo sembra appannarsi, avanza dietro quella di David Milliband per il ruolo di Alto rappresentante, sostenuta da discorsi con i quali si propone all’Inghilterra di “guidare l’Europa“. Eppure lo stesso “europeista” governo del si era con determinazione opposto alla creazione di questo nuovo ruolo che è invece – oggi nell’opinione di molti – fra le più significative innovazioni del Trattato di Lisbona.
Il 20 dicembre del 2002 Peter Hain, rappresentante del governo Blair alla Convenzione europea, e sino a qualche mese fa ministro di Gordon Brown, argomentava la netta opposizione a quella che allora era una semplice proposta di attribuire ad una sola persona le funzioni di commissario per le relazioni esterne e Alto rappresentante, affermando: “Chi medierebbe in caso di divergenza tra il Consiglio e la Commissione? Chi presiederebbe il Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne se l’Alto Rappresentante fosse impegnato nella sua funzione “di doppio cappello” come vicepresidente della Commissione? Come può presiedere una discussione su temi della difesa un membro a tempo pieno della Commissione, come sarebbe il nuovo Alto Rappresentante?”
Sono domande alle quali, secondo Hain, uomini come Jean Luc Dehaene, Josckha Fisher e Gianfranco Fini – che più di altri si batterono per questo nuovo istituto – nel corso dei lavori della Convenzione non erano stati capaci di dare risposte. Ci permettiamo di dubitare che il suo collega di partito e di governo, David Miliband, sia oggi l’uomo giusto per rispondere a quelle questioni.
Il rappresentante inglese nella nuova Commissione europea, chiunque esso sia, si dovrà probabilmente occupare di rispondere a domande ben più radicali e forse definitive che il futuro governo del suo paese porrà. Se dobbiamo dare ascolto alle voci più intransigenti provenienti dal Partito conservatore d’oltremanica, la stessa presenza di un cittadino inglese quale componente della Commissione europea potrà essere presto messa in discussione.
E allora, se sempre secondo le parole di Hain “sarebbe politicamente folle intraprendere questo importante passo istituzionale senza prima fornire risposte esaustive a queste domande”, si affidi allora il compito alle sperimentate mani di un leader di un paese che questa lucida “follia” istituzionale ha, invece, voluto.
Vedi anche:
S. Silvestri: L’Europa della Quadriga
G. Gramaglia: L’uscita di scena di Blair e l’ipotesi D’Alema
