Cameron e l’Europa: il rischio di un premier tentenna
Alcuni giorni fa David Cameron ha annunciato la nuova linea politica dei conservatori britannici sul Trattato di Lisbona e, più in generale, sull’Unione europea. È una linea decisamente ambigua, il frutto forse di un preciso calcolo politico. Ma potrebbe anche essere la conseguenza inevitabile dell’incoerenza dell’attuale approccio filosofico dei conservatori nei confronti dell’Ue.
Il ripensamento sul referendum
La politica di Cameron presenta alcuni evidenti aspetti positivi: ha rinunciato all’idea di indire un referendum sull’ormai ratificato Trattato di Lisbona, o su altri temi europei durante il primo periodo del suo mandato. Si tratta senza dubbio di una svolta promettente. Oggi Cameron propone solo una limitata rinegoziazione dei rapporti tra il Regno Unito e l’Ue, che dovrebbe essere portata a temine nell’arco temporale del suo mandato, non più nei primi mesi o anni.
Che Cameron abbia evitato di precipitare ulteriormente il suo partito nel pericoloso pantano dell’anti-europeismo irrazionale dà un fondato motivo di speranza. Il leader conservatore si è concesso un biennio di relativa tranquillità sulle questioni comunitarie. Gli ottimisti più fiduciosi potrebbero perfino ritenere che quando, verso la fine del governo conservatore che probabilmente uscirà dalle urne nel maggio 2010, Cameron sarà costretto a riconsiderare le sue politiche nei confronti dell’Ue, l’esperienza di governo maturata fino a quel momento attraverso, in particolare, il lavoro nelle strutture di cooperazione dell’Ue, ammorbidirà le asprezze di un rinnovato dibattito sull’Europa in seno al partito conservatore.
Una rischiosa retorica antieuropea
Se ci sono fondate ragioni per nutrire un cauto ottimismo sulla politica europea dei conservatori nel breve termine, il discorso di Cameron contiene almeno altrettanti elementi che destano seria preoccupazione nel più lungo termine. È evidente a chiunque lo abbia ascoltato che il dirigente conservatore nutre una radicata avversione e sfiducia nei confronti dell’Ue. Significativamente Cameron non ha mai parlato di “condivisione della sovranità” in seno all’Unione; ha sempre parlato di “cessione” o di “trasferimento” della sovranità a ”Bruxelles”. Sarebbe un errore sottovalutare l’impatto di tale retorica presso l’opinione pubblica britannica mentre si prepara l’ascesa al potere di Cameron e colleghi.
Ad un certo punto del suo mandato Cameron potrebbe avvertire le conseguenze dell’atteggiamento antieuropeo del suo governo. Verrà il momento in cui dovrà rendere conto dei successi o insuccessi, sia a livello interno che europeo, delle “misure di accompagnamento” che ha annunciato per rendere più digeribile al suo partito la scelta di non indire un referendum sul Trattato di Lisbona. Di sicuro non gli sarà facile tracciare un bilancio convincente dei risultati di tali misure.
Le velleità di un nuovo negoziato con l’Ue
Forti perplessità suscita in particolare il “British Soveregnty Bill”, la proposta di legge sulla sovranità britannica, con cui Cameron spera di rendere la posizione della Gran Bretagna nell’Ue legalmente equivalente a quella della Germania dopo la recente sentenza della Corte Costituzionale tedesca. Non è affatto chiaro come si possano fare dei paralleli tra il sistema tedesco, con la sua costituzione scritta e il ruolo consolidato della Corte Costituzionale, e quello britannico, caratterizzato da norme costituzionali molto meno formali.
Il progetto di legge sulla sovranità britannica rischia in realtà di ridursi a una semplice riaffermazione della situazione attuale, che consente alla Gran Bretagna di sottrarsi alla supremazia delle leggi comunitarie uscendo dall’Ue in qualsiasi momento lo desideri; oppure a una vera e propria violazione degli obblighi della Gran Bretagna nei confronti dell’Ue con il pretesto della supremazia della legge britannica sulla legge comunitaria nel caso in cui esse entrino in conflitto. Entrambi questi risultati potrebbero, in pari misura, mettere in seria difficoltà Cameron.
Il leader conservatore propone anche di sottoporre a referendum i futuri trattati europei, ma, quando si tratterà di passare concretamente alla redazione del relativo progetto di legge (Referendum Bill), incontrerà molti più ostacoli giuridici e politici di quanto pensi. Non gli sarà facile, in particolare, decidere se includervi o meno i futuri trattati di adesione.
Anche se Cameron riuscisse a destreggiarsi tra i pericoli che insidiano il suo programma legislativo sulle materie europee, i rapporti con gli altri 26 governi dell’Unione porranno una serie di problemi. Benché si proponga di rinegoziare con l’Ue solo un numero ristretto di questioni, essenzialmente limitate alla politica sociale, alla Carta dei diritti fondamentali e alla giustizia penale, è altamente improbabile che ottenga risultati sostanziali.
Il presidente ceco Vaclav Klaus ha usato l’arma del ricatto per costringere i suoi colleghi del Consiglio Europeo a fare un’ultima concessione sull’applicazione del Trattato di Lisbona al suo paese. Ma ora che il Trattato di Lisbona è stato finalmente – e con tanta fatica – ratificato, la stragrande maggioranza dei paesi membri sarà ben poco disposto a rinegoziarne le disposizioni; vorrà invece che vengano applicate. La regola dell’unanimità, che ha reso così lunghi i negoziati sul Trattato Costituzionale e sul Trattato di Lisbona, pone un ostacolo formidabile a un nuovo negoziato, per quanto limitato, come quello che chiede Cameron.
Un nodo da sciogliere
Cameron ha esplicitamente ipotizzato che, qualora non dovesse riuscire a rinegoziare le relazioni con l’Ue, il manifesto dei conservatori per le elezioni del 2014 o del 2015 potrebbe includere la promessa di un referendum sull’Unione. Se lo storico capo di governo della Repubblica popolare cinese Chou-en-Lai esitava ad esprimere un giudizio sulla Rivoluzione francese a 150 anni di distanza dagli eventi, s’impone una non minore prudenza nel predire ciò che potrà accadere a Cameron e ai conservatori nel 2014 o 2015. Se il discorso di Cameron ha chiarito ciò che bisogna aspettarsi nel breve periodo, non si può certo prevedere con altrettanta sicurezza quale posizione assumerà il Regno Unito all’interno dell’Ue nel più lungo periodo.
L’atteggiamento britannico nei confronti dell’Ue rimarrà oscillante finché i conservatori non decideranno se abbandonare il loro radicale antieuropeismo o, al contrario, portarlo fino alle logiche conclusioni. Cameron è palesemente restio a compiere tale scelta. Tuttavia gli eventi – e le promesse che sta facendo – potrebbero obbligarlo a scegliere, se non nell’immediato futuro, di sicuro prima di quanto vorrebbe.
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Vedi anche:
David Cameron: A Europe policy that people can believe in
W. Wallace: Il paradosso britannico
B. Donnelly: Se Dublino piange Londra non ride
