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Balcani occidentali

Bosnia, è il tempo delle scelte

25 Nov 2009 - Andrea Cellino - Andrea Cellino

Anni di scarsa attenzione da parte di Bruxelles e Washington e il perpetuarsi dello status quo hanno portato al logoramento delle istituzioni nate dall’accordo di pace di Dayton, che pose fine alla guerra in Bosnia Erzegovina nel 1995. Il graduale indebolimento dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante (Office of the High Representative, Ohr), che ha assicurato finora un protettorato internazionale, ha raggiunto livelli irreversibili in questo 2009. La recente riunione del Consiglio per la realizzazione della pace (Peace Implementation Council, Pic), il 18 e 19 novembre, sembra aver preso atto di tale logoramento e messo le basi per qualche cambiamento prima delle elezioni politiche dell’ottobre 2010.

Divisioni permanenti
La complessità bizantina delle istituzioni create da Dayton, divise rigorosamente tra i tre “popoli costituenti” (bosniaci e croati nella Federazione di Bosnia Erzegovina, serbi nella Republika Srpska) ha rallentato ogni progresso nell’ultimare le condizioni poste dal Pic per la chiusura dell’Ohr e accelerare l’integrazione della Bosnia nelle istituzioni euro-atlantiche. Più volte annunciata, la chiusura dell’Ohr dovrebbe idealmente portare a un nuovo assetto della presenza internazionale in Bosnia, incentrata su un ruolo rafforzato della Ue. Ma la classe politica locale perpetua e alimenta le divisioni etnico-religiose che le permettono di restare al potere, e ostacola le riforme sfruttando la debolezza del governo centrale.

Negli ultimi mesi, l’instabilità politica è stata esacerbata dalla crisi economica e dai continui attacchi all’Alto Rappresentante, portati soprattutto, ma non solo, da una delle due entità dello stato, la Repubblica serba (Republika Srpska, RS), guidata dallo spregiudicato primo ministro Milorad Dodik. E mentre lo scontro tra l’Ohr e Dodik ha ridestato le preoccupazioni delle capitali occidentali, l’altra entità bosniaca, la Federazione, divisa in 10 cantoni con forte autonomia, è stata paralizzata dalla crisi e dalla marcata ingovernabilità, a livello centrale e locale. La città di Mostar, per esempio, a un anno dalle elezioni comunali non ha ancora un sindaco, a causa delle divisioni tra croati e bosniaci.

La visita a Sarajevo del Vice Presidente americano Joe Biden, lo scorso maggio, aveva evidenziato un rinnovato impegno dell’amministrazione americana verso la Bosnia e, nello stesso tempo, un maggior coordinamento tra Washington e gli europei, in linea con la nuova politica estera di Obama.

L’iniziativa di Usa e Ue
Per contrastare l’impasse politica in Bosnia, e anche per abbassare la tensione intorno all’Alto rappresentante, Usa e Ue hanno lanciato in ottobre una nuova iniziativa per accelerare le riforme costituzionali, battezzata “processo di Butmir” dal nome della base militare in cui si sono tenuti i colloqui con i principali leader politici nazionali. Il pacchetto di riforme proposto contiene gli elementi fondamentali per una maggiore governabilità delle istituzioni bosniache e la loro compatibilità con alcuni criteri basilari per l’Unione europea: un rafforzamento del governo centrale, con più poteri al primo ministro; una presidenza in linea con la Carta europea dei diritti umani (per ora ne sono esclusi tutti coloro che non appartengono ai tre popoli costituenti) e il regolamento della questione delle proprietà statali ereditate dall’ex-Jugoslavia. Una prima serie di riunioni non è stata sufficiente per raggiungere un accordo tra le varie forze politiche. Ma i negoziati continuano, fortemente voluti da Washington e dalla presidenza svedese dell’Ue.

I leader occidentali sembrano anche aver preso atto del fatto che nonostante la buona volontà dell’attuale HR, l’austriaco Valentin Inzko, l’Ohr è diventato parte integrante dei problemi della Bosnia, o perlomeno l’elemento catalizzatore delle tensioni politiche interne. Tale situazione ha pesantemente influenzato le discussioni e l’esito della riunione del Pic di novembre. Un comunicato finale molto più scarno che in passato, e meno incisivo nel ricordare ai leader locali i loro obblighi e le condizioni per la chiusura dell’Ohr, fa pensare che Usa e Ue stiano puntando tutto su Butmir. Ma è un esito che lascia molte incertezze sul futuro assetto della comunità internazionale in Bosnia. E sopratutto indebolisce ulteriormente l’Alto Rappresentante, che si trova nella scomoda posizione di dover imporre delle decisioni essenziali per il funzionamento del paese, senza però l’autorizzazione ad usare i poteri esecutivi, i cosiddetti Bonn powers. Con un po’ più di coraggio, la comunità internazionale avrebbe forse fatto meglio a chiudere già ora l’Ufficio dell’Alto Rappresentante.

Avviare una nuova dinamica
Nei prossimi mesi, Stati Uniti ed Unione europea dovranno agire di concerto e con decisione. Indipendentemente dell’esito di Butmir, che comunque ci si augura positivo, occorrerà una chiara scelta sulla chiusura dell’Ohr, oppure su un suo temporaneo rafforzamento, perlomeno fino al completamento delle condizioni del Pic (sul cui effettivo progresso i paesi Ue e l’Ohr hanno diverse percezioni). Se, come pare auspicabile, l’Alto rappresentante dovrà lasciare il posto a una missione Ue rafforzata, questa dovrà avere i poteri necessari per convincere i politici locali a cooperare tra loro sulle riforme, pena, ad esempio, la sospensione degli aiuti economici da Bruxelles.

Un diverso assetto della comunità internazionale, guidata da un Rappresentante Speciale dell’Ue (Eusr), potrebbe generare una nuova dinamica, incoraggiando i leader locali a cooperare su problemi fortemente sentiti dalla popolazione, quali la disoccupazione, la lotta alla corruzione e, ovviamente, l’integrazione europea. L’esempio delle riforme velocemente approvate quest’anno per la liberalizzazione dei visti per la libera circolazione in Europa sembra indicare che, con i giusti incentivi, la classe politica bosniaca può compiere rapidi progressi nel campo delle riforme.

I nuovi vertici europei nominati in seguito all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona dovranno preparare molto bene la transizione. Dal punto di vista della sicurezza, la riconferma della missione militare Eufor da’ sufficienti garanzie per un periodo elettorale che si annuncia molto teso. Data la complessa struttura costituzionale di Dayton,i problemi legali che derivano dalla chiusura dell’Ohr non sono di semplice soluzione. Per avere credibilità di fronte ai cittadini della Bosnia, un nuovo Eusr dovrebbe anche dedicare un’attenzione particolare alle questioni della giustizia e dell’educazione. I processi per crimini di guerra (chiave per una definitiva rinconciliazione post-bellica) e per reati di crimine organizzato e corruzione, sono nelle mani di una giustizia troppo debole ed esposta a continui attacchi politici. Il sistema educativo, prodotto delle divisioni tra i tre popoli costituenti, presenta una diffusa segregazione e gravi discriminazioni, inaccettabili per un paese che aspira a entrare nell’Ue.

Andrebbe inoltre rivista e resa più efficace la collaborazione tra la Ue e le varie organizzazioni internazionali in Bosnia, alcune delle quali, come Osce, Nato, Consiglio d’Europa e l’Ufficio Onu dell’Alto Rappresentante per i Rifugiati (Unhcr), detengono responsabilità e competenze in settori chiave e, nel caso particolare dell’Osce, un’utilissima presenza capillare sul territorio.

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Vedi anche :

R. Matarazzo: L’eroica missione del nuovo ministro degli esteri dell’Ue

V. Briani: La Bosnia è un problema europeo, non americano