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Africa

La guerra latente per le acque del Nilo tra Africa e Mediterraneo

22 Ott 2009 - Massimo Di Ricco - Massimo Di Ricco

Secondo le ultime previsioni degli esperti del governo egiziano, il delta del Nilo starebbe incorrendo in un graduale ma costante sprofondamento delle sue terre, provocando conseguenze catastrofiche per i suoi abitanti. Allo stesso tempo si stima che la popolazione locale crescerà nei prossimi dieci anni di oltre dieci milioni, richiedendo quindi risorse idriche ancora più elevate per soddisfarne i bisogni. Tale fabbisogno sarà in gran parte sobbarcato dalle già sfruttate acque del Nilo, che secondo le stime attuali non potrà però rifornire più dell’80% delle risorse necessarie.

Acque agitate
Tale futura, ma preventivata, scarsità di acqua ha fatto della ripartizione delle acque del Nilo una questione di importanza nazionale per l’Egitto, restio ad aprire ad altri paesi del bacino lo sfruttamento delle risorse del fiume. È sotto questi auspici che alla fine di luglio i rappresentanti dei 10 paesi del bacino del Nilo – Egitto, Sudan, Etiopia, Eritrea, Uganda, Kenia, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Burundi – si sono riuniti ad Alessandria d’Egitto per ridiscutere nuovamente la ripartizione delle sue acque. Il meeting di due giorni si è concluso con un clamoroso nulla di fatto che ha fatto eco ai risultati del precedente incontro organizzato a maggio a Kinshasa, nella capitale della Repubblica Democratica del Congo. Entrambi gli sforzi sono stati frustrati dalle inflessibili posizioni espresse da Egitto e Sudan. I due paesi si oppongono di principio ad una nuova ripartizione delle quote storiche di acqua di cui attualmente usufruiscono, ed allo stesso tempo esigono di mantenere il diritto di veto su ogni decisione riguardante la realizzazione di progetti sul Nilo da parte dei paesi che si affacciano sul suo bacino.

Lo stato attuale della ripartizione delle acque del Nilo è conseguenza dei due accordi internazionali firmati dall’Egitto nel 1929 e nel 1959, rispettivamente con la Gran Bretagna, come intermediaria per le sue colonie africane, e con il Sudan. Secondo questi accordi ancora in vigore, all’Egitto spettano 55.5 miliardi di metri cubi di acqua, mentre il Sudan usufruirebbe di approssimativamente 18 miliardi di metri cubi. I previi accordi anglo-italiani posero invece le basi per il non sfruttamento delle acque e dei bacini idrici in Etiopia ed Eritrea da parte di questi ultimi. Gli altri paesi del bacino, esclusi da alcun tipo di quota nella ripartizione delle acque, esigono quindi da tempo una revisione dell’accordo ed una più equa ripartizione delle sue risorse. Nel tentativo di formare un’amministrazione comune in grado di ripartire equamente le risorse idriche, i paesi del bacino hanno lanciato nel 1999 la Iniziativa per il Bacino del Nilo (Nbi). Il governo italiano ha lavorato negli ultimi anni in stretta collaborazione con questo organismo, e dalla metà degli anni 90, attraverso una partnership con la Fao, ha investito più di 16 milioni di dollari in progetti per migliorare la gestione delle risorse idriche nel bacino del Nilo, soprattutto in cooperazione tecnica transfrontaliera. La stessa Cooperazione Italiana è direttamente coinvolta in progetti nel settore idrico sia in Egitto che in Etiopia, paese quest’ultimo con cui nel 2009 ha firmato un nuovo contratto di cooperazione che implica forti investimenti nella gestione dell’acqua nel paese.

Proprio l’Etiopia è il paese che in un primo momento si è maggiormente battuto per la revisione dei vecchi accordi, scontrandosi con l’opposizione di colui che la fa da padrone nella gestione delle acque del Nilo, l’Egitto. Le montagne etiopi riforniscono infatti quasi l’85% delle acque del fiume che prima di sfociare nel Mediterraneo attraversa l’intero Egitto. Ciò nonostante la stessa Etiopia ha in passato fatto un uso minimo delle sue risorse, sia per il veto da parte dei paesi del Nord sia per mancanza di consistenti risorse economiche per la costruzione di dighe o impianti idroelettrici. Ma proprio negli ultimi anni, l’Etiopia sembra aver riscoperto le enormi potenzialità nascoste nelle proprie terre ed aver intrapreso una nuova corsa allo sviluppo. Gli investimenti cinesi, che hanno raggiunto nel mese di settembre la vetta di 900 milioni di dollari, sono stati fondamentali, soprattutto per il supporto ad una serie di progetti strettamente legati con lo sviluppo dell’energia idroelettrica. Progetti che nei prossimi anni trasformeranno l’Etiopia in una potenza esportatrice di energia soprattutto verso i paesi limitrofi, Kenia, Sudan e Gibuti.

L’Etiopia è però uscita a sorpresa dall’incontro di Alessandria con una posizione più compiacente nei confronti dell’Egitto; un cambio di posizione che si deve in particolar modo alla promessa egiziana di assistenza economica e tecnologica. Lo stesso raiss Hosni Mubarak è sceso in campo a metà settembre per caldeggiare l’incremento degli investimenti nei paesi del bacino del Nilo ed ha annunciato la visita di una delegazione ministeriale egiziana di primo livello in Etiopia, accompagnati da una serie di imprenditori egiziani interessati ad investire in progetti di sviluppo anche idroelettrico nel paese.

L’interesse di Israele
Sebbene il rapporto tra Egitto ed Etiopia appaia in questo momento quasi idilliaco, la programmata visita della delegazione egiziana ad Addis Abeba nasconde probabilmente ragioni di concorrenza a livello regionale. Le dichiarazioni del Presidente Mubarak e del Ministro dell’Agricoltura egiziano sono giunte proprio pochi giorni dopo la conclusione del tour africano di dieci giorni intrapreso dal Ministero degli Affari Esteri israeliano Avigdor Lieberman. Addis Abeba è stata la prima tappa del tour di Lieberman, che ha poi visitato Kenia ed Uganda, altri due paesi del bacino del Nilo, ed infine Nigeria e Ghana. Ufficialmente, il viaggio è servito per riallacciare le relazioni economiche dello Stato israeliano con il continente africano, in considerazione del fatto che quella di Lieberman è la prima visita di un Ministro degli Esteri israeliano in Africa a distanza di 20 anni. Il viaggio di Lieberman, ed in particolare il suo arrivo ad Addis Abeba il 2 settembre, ha però scatenato reazioni cruente da parte della stampa egiziana ed araba, che hanno interpretato il viaggio del ministro come una mossa israeliana per minare il controllo egiziano sulle acque del Nilo e sulle economie dei paesi del bacino. La stampa israeliana ha invece da parte sua praticamente ignorato la questione delle acque del Nilo come ragione di sottofondo al viaggio africano di Lieberman, puntando il dito invece sulla vera ragione del viaggio, ossia il tentativo da parte israeliana di instaurare accordi economici basati sulla rifornitura di armamenti e tecnologia bellica ai paesi africani.

In sostanza, sembra che le frizioni fra i vari paesi africani sulla questione delle acque del Nilo nasconda invece una spinta ad intavolare nuove relazioni commerciali, ed una richiesta di investimenti economici, soprattutto da parte egiziana, nella costruzione di impianti idroelettrici e dighe. Molti analisti sono convinti che i paesi del bacino del Nilo utilizzino periodicamente la questione della ripartizione delle acque anche come un modo per mettere pressione all’Egitto e spingerlo ad investire economicamente nei loro paesi. Quindi, nonostante la paventata minaccia di andare avanti da soli e firmare il patto di cooperazione senza l’Egitto ed il Sudan, i paesi del bacino non sembrano avere per il momento le risorse economiche necessarie, e l’appoggio internazionale sufficiente, per soppiantare le potenze del Nord, e gli egiziani ne sembrano essere perfettamente a conoscenza. La guerra paventata da molti, e già dai tempi di Sadat, è decisamente lontana, anche se gli scenari futuri non sono dei più promettenti per una disputa che, proprio come il Nilo, attraverso l’Africa si spinge fino al Mediterraneo.

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