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Medio Oriente

L’incerto futuro dell’Iran

10 Apr 2009 - Stefano Casertano - Stefano Casertano

Non è un caso che l’Iran, tra i Paesi più importanti al mondo dal punto di vista geopolitico, sia anche tra i più complessi da decifrare dal punto di vista interno. Le strategie internazionali verso Teheran si devono infatti misurare con un arazzo intricatissimo di rapporti culturali, religiosi e politici, su cui va parametrata ogni possibile mossa diplomatica.

L’amministrazione Bush aveva preferito non porsi il problema, limitandosi a collocare l’Iran nell’ “Asse del male” e trovando il consenso, su questo terreno, anche di alcuni intellettuali di orientamento più liberal. A questo proposito, è stato emblematico il caso della visita del presidente Ahmadinejad alla Columbia University di New York, nel settembre del 2007. Il rettore Lee C. Bollinger, prima del dibattito con il premier iraniano, ha ritenuto opportuno nel discorso di benvenuto tacciarlo di essere un “petty dictator”, accusandolo di crimini di vario tipo. Tanto è bastato perché Ahmadinejad replicasse che “in Iran facciamo parlare gli ospiti prima di accusarli”, ricevendo persino qualche applauso dal pubblico.

Bush aveva concesso qualcosa alle grandi comunità di espatriati iraniani residenti in America. Il popolo iraniano, diceva l’ex presidente, “desidera la libertà”, ma è ostaggio di un governo “vile e repressivo”: la precedente amministrazione americana non ha mai escluso che il “cambio di regime” in Iran fosse una delle opzioni in campo.

La mano tesa di Obama
Con Obama la situazione è cambiata: il Presidente ha inviato al popolo iraniano un messaggio di auguri per il capodanno persiano, sottotitolato in farsi, con un invito a “ricominciare”; a poco a poco sono stati ripresi i contatti e, su invito del Segretario di Stato Hillary Clinton, l’Iran ha partecipato alla conferenza di pace sull’Afghanistan, svoltasi all’inizio di aprile.

Da parte russa, sono proseguite le collaborazioni nel settore nucleare, con l’inaugurazione della centrale di Bushehr.

Come si inseriscono queste mosse nel complicato rebus iraniano? Il segnale di apertura di Obama ha dovuto attendere un solo giorno per avere risposta e la replica non è giunta da Ahmadinejad, bensì dalla guida suprema Ali Khamenei, successore di Khomeini: “il cambiamento a parole non è sufficiente: devono esserci anche fatti”.

Per Vali Nasr, consigliere della Casa Bianca per le questioni mediorientali, la risposta di Khamenei sarebbe destinata al popolo, più che a Obama. Khamenei teme che il fascino comunicativo del nuovo presidente possa far venir meno il fattore aggregante della lotta al nemico occidentale. Ancora una volta in Iran le dinamiche interne avrebbero prevalso sulla politica estera.

Verso una svolta politica?
La situazione è estremamente delicata, e il pur positivo riavvicinamento americano deve essere gestito con estrema cautela. Khamenei è conscio che le prossime elezioni presidenziali del 12 giugno 2009, coincideranno con almeno tre anniversari: il 1979, il 1989 e il 1999, ognuno con un significato particolare.

Il 1979 fu l’anno della rivoluzione iraniana: Teheran credette di potersi porri alla guida del mondo musulmano, o almeno di quello sciita, nella creazione di un modello teocratico che non aveva precedenti nella storia. La prima guida suprema, l’ayatollah Khomeini, non aveva un ruolo formalizzato dalla costituzione: comandava grazie al suo carisma. Riuscì a interpretare il sentimento popolare anti-occidentale, e convogliò il messianismo sciita in una chiusura del Paese alle influenze esterne, fino a una guerra sanguinosissima contro il vicino Iraq. Ma a distanza di trent’anni, che significato ha ancora la rivoluzione iraniana?

Il 1989 fu l’anno della morte di Khomeini, poco dopo la fine del conflitto contro Saddam. Per tenere in vita il ruolo della guida suprema fu necessario un cambiamento costituzionale, che istituzionalizzò la posizione che era stata ricoperta da Khomeini. Khamenei, l’attuale guida, venne nominato successore di Khomeini. È in questo periodo che si forma una fazione politica che propugna una sorta di “laicismo sciita”, di cui Ahmadinejad è in parte rappresentante. I “Guardiani della Rivoluzione” che avevano partecipato al conflitto iracheno non avevano ottenuto l’attesa ricompensa: la creazione di un nuovo modello di Stato puro in tutti i suoi aspetti. Soprattutto non si era avverata la promessa che la rivoluzione islamica si sarebbe propagata in tutto il Medio Oriente. I laici sciiti non erano però disposti a rinunciare alla lotta contro l’Occidente.

La generazione dei 20/30enni degli anni Ottanta è stata pronta a sostenere la salita al potere di Ahmadinejad, ma la fiducia nel presidente si è andata col tempo affievolendosi. Paradossalmente Ahmadinejad è inciampato in una serie di problemi simili a quelli che avevano portato all’esilio dello scià Reza Palawi: tra gli altri, il fallimento dei piani di sviluppo basati sull’investimento delle rendite estrattive. Inflazione e disoccupazione sono mali dilaganti nell’Iran di oggi.

Il presidente si è dovuto quindi affidare sempre più ad alcuni gruppi sociali, tra cui un certo tipo di Iran rurale per il quale contano elementi come l’esercizio popolare della giustizia, o le pubbliche esecuzioni. Il fatto che Khamenei sia intervenuto direttamente nella questione Obama dimostra che anche l’establishment religioso ha meno fiducia che il governo attuale possa assicurare la coesione nazionale.

Segnali di una possibile sconfitta di Ahmadinejad si sono ripetuti negli ultimi tempi. In occasione delle elezioni amministrative del dicembre 2006, il partito di Ahmadinejad ha perso; lo stesso giorno si erano tenute le elezioni per l’“Assemblea degli Esperti”, con il trionfo di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, pur sempre un conservatore, ma legato a una classe borghese meno ideologica dei gruppi di sostegno di Ahmadinejad.

La speranza Mossawi
Il terzo anniversario è quello delle rivolte studentesche del 1999, ed è importante soprattutto per le fazioni più progressiste del Paese. In quell’anno una corte ordinò la chiusura del giornale riformista Salam, legato al partito del riformista Mohammad Khatami, allora presidente. Seguirono scontri e manifestazioni, che portarono a un numero imprecisato di vittime. Khatami non condannò la repressione, e ciò provocò una frattura significativa con gli studenti.

Le università rimangono un luogo estremamente vivace di opposizione alle fazioni conservatrici, e il 2009 ha visto una rinascita delle proteste organizzate. In febbraio le autorità volevano traslocare le tombe dei martiri della guerra contro l’Iraq nel campus dell’Università Amir Kabir di Teheran, e gli studenti si sono opposti per non vedere le loro facoltà “trasformarsi in cimiteri”. Le proteste si sono poi estese ad altre questioni non meno sentite, come la libertà di insegnamento.

Sarà forse per la crescente importanza del ruolo che possono svolgere gli studenti che Khatami ha deciso di lasciare il passo a Hussein Mosawi come rappresentante progressista nelle elezioni in arrivo. Mossawi è un laico, con formazione da architetto, mentre Khatami è uno studioso islamista: questo dovrebbe piacere agli studenti, che dalla delusione di Khatami “non puntano più a una riforma della teocrazia, ma a una sua caduta”, come si è espresso un rappresentante degli universitari.

Infine, Mossawi è ricordato soprattutto come primo ministro iraniano durante gli anni della guerra contro Saddam, periodo nel quale riuscì a risollevare il Paese da una grave recessione economica: qualcosa di cui ci sarebbe bisogno anche oggi. E questa è una necessità sentita non solo dagli studenti.

Vedi anche:
R. Alcaro: Iran, sarà davvero svolta con Obama?

R. Matarazzo: Obama e il rebus Iran