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Africa

Emergenza Congo

11 Nov 2008 - Pierluigi Valsecchi - Pierluigi Valsecchi

La recrudescenza conflittuale nel Nord-Kivu, nel Congo-Kinshasa orientale, ai confini col Ruanda, è assurta agli onori delle cronache solo a fine ottobre. In quei giorni, infatti, le truppe ribelli del Congrés National pour la Défense du Peuple (Cndp) dell’ex generale Laurent Nkunda Bwatare, reclutate fra le comunità tutsi, ma anche nandi e shi, hanno iniziato a stringere il cerchio intorno alla capitale regionale, Goma, quartier generale delle attività militari e di assistenza della Missione delle Nazioni Unite in Congo (Monuc). A rischio è il governo di Joseph Kabila, rieletto nel 2006 presidente del Congo a seguito di consultazioni democratiche approvate dalla comunità internazionale.

Irriducibili minoranze
Un accordo di cessate-il-fuoco era stato raggiunto nel gennaio 2008, ma non è mai stato veramente operativo. In agosto si erano verificati scontri pesanti fra governativi e ribelli e nelle settimane successive le stesse truppe internazionali hanno subito diversi attacchi. Nonostante la clamorosa inferiorità numerica rispetto agli oltre 20 mila uomini dispiegati da Kinshasa, i circa cinquemila combattenti del Cndp non solo hanno tenuto testa agli attacchi dei governativi, ma sono anche stati in grado di mettere in atto una controffensiva che, in breve, li ha portati vicini ad assumere il controllo dell’intera regione.

Secondo l’ufficio Onu per gli affari umanitari, fra gennaio e settembre circa 100 mila civili hanno lasciato le aree degli scontri, mentre da settembre a oggi altri 252 mila sfollati sono andati ad aggiungersi agli oltre 800 mila profughi interni già presenti nella regione, precipitando la “catastrofe umanitaria” che viene denunciata in questi giorni.

Non c’è dubbio che la base di consenso di cui gode Nkunda fra i tutsi e le altre minoranze del Nord-Kivu sia solida, ma a questa compattezza ha contribuito in maniera cruciale la politica quanto meno discutibile seguita dalle forze di Kinshasa nella regione.

Falliti i tentativi, ripetuti dal 2004 ad oggi, di eliminare l’ex-generale manu militari e di trovare una soluzione negoziale del conflitto, dopo l’umiliante sconfitta del 2007 ad opera dei ribelli, ambienti delle forze armate governative stanziate in Kivu hanno scatenato lo scorso settembre una vera e propria campagna xenofoba anti-tutsi e anti-ruandese, volta a colpire i sostenitori di Nkunda e i loro beni. Sebbene non sia ancora chiaro se tutto ciò è accaduto grazie ad una attenta regia o per una serie di errori, la reazione di Nkunda non si è fatta attendere ed ha avuto effetti devastanti.

Interessi illegittimi
In molti, oggi, cercano di capire perché componenti importanti dell’establishment militare e politico congolese siano interessati ad alimentare uno stato di guerra latente nel Kivu. Secondo molte voci credibili, esponenti d’alto livello delle forze armate avrebbero sottoscritto accordi di spartizione dei proventi sulle ricchissime risorse minerarie della regione – coltan e cobalto in primo luogo – con i leader delle formazioni armate delle Forces Démocratiques pour la Libération du Rwanda (Fdlr), fuoriusciti ruandesi che operano in Kivu da quando, nel 1994, il regime hutu fu abbattuto dalle forze di Paul Kagame, l’attuale presidente del Ruanda. L’Fdlr è ora alleato alle truppe di Kinshasa che aveva combattuto fino alla primavera scorsa.

L’esercito, insieme agli uomini del Fdlr, gestirebbe insomma un sistema molto efficiente e redditizio di “pizzo” sulla produzione mineraria, oltre che di saccheggio dei beni delle comunità locali. Secondo altri sarebbe determinante il fatto che le spese militari di Kinshasa non sono sottoposte al controllo da parte del Fmi, come invece quelle ordinarie, e ciò favorirebbe i prelievi indebiti da parte del sistema di potere congolese. A tutto ciò c’è da aggiungere un risentimento anti-tutsi e anti-Ruanda nutrito da molti esponenti del governo di Kinshasa, legato alla rottura dell’originaria alleanza che permise a Laurent Kabila, padre dell’attuale presidente congolese, di prendere il potere nel 1998 e al successivo conflitto fra Congo-Kinshasa e Ruanda.

I ribelli hanno dato prova di notevole capacità operativa. Nei distretti che controlla, l’ex generale ha messo in piedi un’efficiente amministrazione alternativa e i suoi uomini sono meglio equipaggiati delle truppe di Kinshasa anche grazie al sostegno informale del Ruanda. Del resto la guerra che Nkunda conduce in Kivu è anche diretta contro i gruppi armati di esuli hutu ruandesi.

Evitare l’effetto “domino”
Gli eventi delle ultime settimane mettono in luce il disastro politico-strategico del governo di Joseph Kabila e dell’esercito nazionale. La ripresa di iniziativa dimostrata dalle forze governative negli ultimi giorni secondo diverse voci sarebbe l’effetto del sostegno di truppe angolane. Se confermata, questa presenza, complicherebbe ulteriormente il quadro delle presenze internazionali di fatto nel Kivu. La piega presa dagli avvenimenti ha fatto suonare vari campanelli d’allarme, facendo temere che l’onda lunga del conflitto del Nord-Kivu faccia saltare i fragili equilibri di tutta la regione intorno ai Grandi Laghi. Per la seconda volta nel giro di un anno, il 7 novembre si è riunito a Nairobi, sotto gli auspici dell’Onu, un vertice d’urgenza sulla crisi, cui hanno partecipato tutti i principali leader regionali incluso Thabo Mbeki del Sud Africa, paese cui la Carta dell’Unione africana riconosce particolari responsabilità continentali, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, e inviati di Usa, Gran Bretagna e Ue.

L’incontro si è chiuso con le richieste di cessate-il-fuoco immediato e la creazione di un corridoio umanitario per garantire assistenza a centinaia di migliaia di profughi. In più, i partecipanti hanno sollecitato un rafforzamento del contingente Onu. Ban Ki-Moon ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di autorizzare l’invio di 3 mila uomini in aggiunta agli attuali 17 mila già dispiegati, e ha esortato i governi a misure vere e incisive per porre fine all’impunità delle milizie che operano nella regione.

Guerra continua
Mentre a Nairobi si esprimevano buone intenzioni, nel Kivu si continuava a combattere, con centinaia di vittime e con nuove colonne di civili costretti a lasciare le loro case e gli stessi campi-profughi, attaccati dalle forze di Nkunda, anche se il timore dell’imminente sfondamento da parte dei ribelli sembra, almeno per il momento, superato.

Laurent Nkunda ha licenziato il vertice del 7 novembre come una semplice manifestazione di preoccupazione da parte dei paesi vicini e della comunità internazionale, senza alcuna reale possibilità di incidere sul conflitto. Del resto, ha sostenuto, la guerra che conduce non è altro che una reazione necessaria alla minaccia alla stessa sopravvivenza dei tutsi e di altre comunità del Nord-Kivu, causata dall’attacco congiunto di esuli hutu ruandesi e truppe governative. L’unica vera svolta, ha ribadito l’ex-generale, non potrebbe che venire da un diverso atteggiamento del governo di Kinshasa e l’unico dialogo risolutivo non potrebbe che essere quello suo, diretto, con Joseph Kabila. I molti precedenti tentativi – tutti falliti – di risolvere questa interminabile crisi sembrano dargli, in qualche modo, ragione.

Gli scontri in atto confermano, almeno per ora, un sostanziale equilibrio fra le forze in campo, nessuna delle quali sembra veramente in grado di prendere il sopravvento sebbene le truppe Onu, a dispetto della loro neutralità, si siano trovate negli ultimi giorni ad appoggiare i governativi e sebbene gli stati della Southern African Development Community (Sadc) si siano detti pronti ad inviare consiglieri militari al governo di Kinshasa e anche, “se e quando necessario”, una forza militare interafricana. Ma la comunità internazionale, sembra difficilmente in grado di esercitare pressioni decisive. I paesi della regione, più o meno direttamente coinvolti nella crisi, hanno interessi diversi e spesso contrastanti. Usa e Cina sono presenze importanti sotto il profilo economico e dell’assistenza militare, ma perseguono disegni fra loro in competizione e scollegati dalle politiche degli altri paesi; i membri dell’Ue si muovono in ordine sparso.

Una strada per la soluzione della crisi non può che partire dal Kivu stesso, da Kinshasa e, al limite, dal Ruanda.Ma non è ancora chiaro se, allo stato attuale, i protagonisti principali di tutta la vicenda siano davvero intenzionati a chiudere il desolante spettacolo in corso.

Vedi anche:
L’equilibrio instabile del Congo.

‘Reinforcing What? The EU’s Role in Eastern Congo’, Neil Campbell in Reuters: The Great Debate