Funziona la Public Diplomacy americana in Medioriente?
Secondo molti studi americani sulla public diplomacy la politica estera degli Usa è spesso comunicata nel mondo con uno stile che genera frustrazione e risentimento. Ciò determina un aumento dell’antiamericanismo che starebbe compromettendo in maniera crescente la sicurezza ed il prestigio degli Stati Uniti.
Priorità Medioriente
In seguito agli attentati dell’11 settembre il governo americano ha rivolto una rinnovata enfasi sulla public diplomacy creando nuove politiche e investendo nel settore maggiori risorse. La percezione negativa degli Usa nel mondo è stata fortemente influenzata dalle politiche rivolte verso la regione arabo/musulmana: infatti secondo Jeffrey Thomas, del centro studi della presidenza americana, il livello di anti-americanismo nelle regioni a prevalenza musulmana non è riscontrabile altrove. Eppure, come la public diplomacy contribuì alla vittoria della Guerra Fredda, così oggi potrebbe contribuire a vincere anche la guerra al terrorismo. Ecco perché è così vasta la quantità di analisi, conferenze, finanziamenti, agenzie e progetti sviluppati negli Stati Uniti per migliorare l’immagine del governo in Medio Oriente, nonostante gli scarsi risultati ottenuti fino ad ora.
In realtà, al di là dei programmi di scambio Fulbright e delle agenzie informative, il settore che attualmente riceve più fondi è quello del broadcasting, ovvero della trasmissione di programmi e informazione con TV e radio. Gli Usa infatti spendono più di mezzo miliardo di dollari l’anno per le trasmissioni internazionali sponsorizzate dal governo, ovvero circa lo stesso ammontare che spendono per tutti gli altri programmi di public diplomacy del Dipartimento di Stato combinati fra loro.
Il Broadcasting Board of Governors (Bbg, è un collegio bipartisan formato da 9 membri designati dal Presidente su conferma del Senato, ed è l’organo responsabile della realizzazione di questo tipo di trasmissioni nei vari continenti. Uno degli ambiti verso i quali si registrano i più alti investimenti in termini di finanziamenti e di programmi è l’Mbn (Middle Eastern Broadcasting Network of America), ovvero il Network delle trasmissioni per il Medioriente. L’Mbn attualmente consiste di tre canali televisivi di informazione in lingua araba, Al-Hurra, Al-Hurra Iraq, Al-Hurra Europe e di Radio Sawa, che trasmette su sette canali in Medio Oriente. Mbn trasmette dal suo quartiere generale a Springfield in Virginia, ha una sede a Bagdad, centri di produzione sia a Dubai che Beirut e corrispondenti in più di 25 paesi sia in Medio Oriente che nel resto del mondo.
Secondo le fonti ufficiali la missione del Bbg è di “promuovere e sostenere la libertà e la democrazia trasmettendo notizie e informazioni accurate ed obiettive sugli Stati Uniti e sul mondo ad un pubblico straniero”, e dopo l’11 settembre l’agenzia si propone di sostenere la guerra contro il terrorismo.
Risultati controversi
I risultati raggiunti dal Bbg in Medio Oriente sono sotto scrutinio. Secondo fonti ufficiali, come il report di ispezione sulle politiche di Al-Hurra, i risultati sarebbero discreti: il canale raggiungerebbe attualmente un’ampia audience nella regione – circa 23 milioni di telespettatori a settimana – ovvero meno dell’araba Al-Jazeera, ma notevolmente di più di Cnn e Bbc World News, con una percentuale di credibilità intorno al 90% in tutti i paesi con esclusione dell’Arabia Saudita e dell’Iraq. Al contrario, alcuni esperti del settore definiscono il broadcasting americano verso la regione totalmente fuori posto e mostrano altre statistiche che dimostrerebbero come il livello di credibilità della rete è in realtà molto più basso di altri canali internazionali. Non a caso un rapporto commissionato dal governo americano all’inizio del 2008, suggerisce di evitare propaganda attraverso media “di pressione” come Al-Hurra e di focalizzarsi piuttosto su media “di attrazione”. Già il più noto rapporto del 2003 “Cambiare mentalità, Vincere la pace”, sottolineava la difficoltà di quantificare gli effetti delle trasmissioni internazionali sponsorizzate dal governo nell’area arabo/islamica.
Nello stesso anno un sondaggio promosso dal Gao sull’efficacia di questo tipo di programmazione nel promuovere gli interessi nazionali degli Usa all’estero, condotto tra gli ufficiali del Dipartimento di Stato, dimostrava che soltanto il 27% degli intervistati lo riteneva “molto efficace” o “generalmente efficace”. Al contrario ben il 32% degli ufficiali giudicava la programmazione “molto inefficace”, mentre il restante 27% rispondeva piuttosto “né efficace che efficace”.
È altrettanto vero che gli enormi sforzi portati avanti dal governo americano gli permettono ad oggi di raggiungere la maggior parte dell’audience mondiale. Il Bbg trasmette infatti in 60 lingue, tra cui farsi, urdu, burmese, somalo, swahili, afgano, coreano, indonesiano, mandarino, curdo, russo, e spagnolo. Gli Stati Uniti però sembrano incapaci di usare al meglio gli strumenti della public diplomacy per stabilire una relazione di comprensione reciproca con gli arabi: in alcuni casi sottovalutano il background storico del paese in questione, in altri non riescono a cogliere a pieno il sentimento del pubblico arabo.
Un dibattito aperto
Il dibattito è dunque più che mai aperto e l’efficacia dell’uso degli strumenti mass-mediatici è ancora da chiarire. Da un lato, si avverte la necessità di trovare nuovi ponti comunicativi attraverso un diverso approccio agli eventi che abbia la capacità di distaccarsi dalla prospettiva americana. Alcuni sottolineano l’esigenza di rivisitare totalmente l’azione della public diplomacy, ripensandone radicalmente la filosofia e dunque anche l’approccio editoriale delle reti in arabo.
In pratica, per rendere efficace l’azione del Mbn, bisognerebbe allontanarsi dall’approccio “pubblicitario” dei media, rendere il Bbg libero dalle pressioni governative e più attento ai valori del mondo arabo e alla sua visione del mondo; in altre parole bisognerebbe evitare la propaganda che soffoca la capacità del mezzo televisivo o radiofonico di plasmarsi al particolare contesto di riferimento e di creare un rapporto di fidelizzazione con il suo pubblico. Il sostegno alla libertà non può essere portato avanti da un mezzo che nasce con il proposito di fornire un’informazione libera da vincoli, Al-Hurra in arabo vuol dire La Libera, ma in realtà ha una natura “non indipendente” in quanto ancorata ad ovvie motivazioni politiche e diplomatiche.
Non è un caso che la capacità giornalistica di Al-Hurra sia stata più volte messa in discussione dal Congresso, come è avvenuto per due casi in particolare: il primo risalente al 7 dicembre 2006 quando la rete ha trasmesso per più di un’ora senza commento giornalistico l’intervento del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah contro l’America e Israele; il secondo l’11 dicembre 2006 quando è stato trasmesso un breve estratto, due minuti e mezzo, della conferenza di Tehran nella quale venivano esposte le tesi negazioniste dell’Olocausto.
Il congresso ha dunque voluto sottolineare che in entrambi i casi la rete avrebbe violato i principi ispiratori del suo codice etico secondo il quale Mbn non fornisce una piattaforma aperta ai terroristi o a coloro che li supportano (…) Mbn non trasmetterà discorsi o interviste a persone ritenute terroriste a meno che la trasmissione non sia stata precedentemente approvata dal vice-presidente per le notizie. D’altro canto John D. Negroponte, vice-presidente del Dipartimento di Stato, ha dichiarato a difesa della rete che per raggiungere l’obiettivo prefissato è indispensabile occuparsi delle questioni più controverse e delicate e che non è dunque possibile fornire una copertura mediatica indipendente senza menzionare il terrorismo e le sue conseguenze.
Da questo dibattito emerge dunque una contraddizione inevitabile tra gli obiettivi della diplomazia e quelli dell’informazione, la prima vincolata all’interesse nazionale, la seconda al postulato dell’indipendenza editoriale. Questa contraddizione si fa più evidente nel contesto arabo dove, data la storica censura mediatica – ad eccezione di Al-Jazeera e Al-Arabiya considerate semi-indipendenti e principali fonti di informazione per la regione – esperimenti di natura governativa come quelli americani finiscono per essere percepiti come pura propaganda.
L’efficacia del broadcasting diplomatico americano è, dunque, in serie difficoltà, dovendo scegliere se limitarsi ad una propaganda per lo più inefficace o se piuttosto spingere per una reale libertà di informazione in una delle regioni più censurate del mondo. La quale, però, deve accettare anche programmi che si allontanano da una visione prettamente americanista e, a volte, anche dalla proclamazione esclusiva degli interessi nazionali americani.
Daniela Conte è Dottoranda in sistemi politici e cambiamento istituzionale, Scuola di Studi Avanzati IMT, Lucca.
