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Medioriente

Conflitti idrici e strategie di potere nella regione del Giordano

27 Ago 2008 - Silvia Nardi - Silvia Nardi

Il controllo delle risorse idriche appare sempre più influire sul contesto sociale e sulla stabilità politica delle comunità. Il crescente fabbisogno di acqua può infatti produrre contese – i cosiddetti “idroconflitti – fra Stati che condividono lo stesso bacino idrografico, ma anche indurli a cercare meccanismi di cooperazione che consentano una gestione consensuale e reciprocamente vantaggiosa di quella che è una risorsa vitale per la sopravvivenza e il futuro di ogni aggregato umano.

Se sin dalla metà del secolo scorso fu percepito il rischio di “guerre per l’acqua”, oggi sono diverse le regioni soggette a forti tensioni per il controllo di risorse idriche strategiche, come i bacini del Giordano, del Tigri-Eufrate, del Nilo, del fiume Senegal e le falde sahariane.

La questione idrica ha modellato gli scenari politici ed economici soprattutto nel bacino del Giordano, dove la scarsità di acqua è aggravata da rivalità geopolitiche ed etniche. Le acque superficiali e quelle sotterranee della regione sono oggi divise tra Israele, Siria, Libano, Giordania e i territori palestinesi (Cisgiordania e striscia di Gaza). Ma la contesa idrica ha radici lontane: risale alla conflittualità tra arabi ed ebrei esistente ben prima della proclamazione dello Stato di Israele (1948).

Verso la fine del XIX secolo il movimento sionista aveva delineato il progetto di realizzare in Palestina uno Stato nazionale ebraico anche attraverso l’acquisto di terre e poi di concessioni idriche per lo sviluppo agricolo e la produzione di energia idroelettrica. Le tensioni fra le comunità ebraica e araba furono inasprite dal diffondersi del nazionalismo palestinese, dal risentimento degli arabi che si vedevano sottrarre terra e risorse e dall’ambigua politica delle potenze europee praticata fin dagli anni del primo conflitto mondiale che sfociò, con la Conferenza di Parigi (1919-1920), nella spartizione della “Mezzaluna Fertile”: alla Gran Bretagna fu riconosciuto il mandato sulla Palestina e l’Iraq, alla Francia quello su Siria e Libano.

Durante il mandato britannico in Palestina (1922-1948), l’Organizzazione sionista mondiale si adoperò per sviluppare l’economia e la sicurezza del futuro Stato di Israele, esercitando, inizialmente con l’appoggio britannico, il controllo su gran parte delle risorse del territorio, acquistando terra e incrementando l’immigrazione. Nel 1926 i sionisti ottennero un’importante concessione d’acqua alla confluenza del fiume Yarmouk nel Giordano (Concessione Rutenburg), determinante per lo sviluppo industriale della comunità ebraica. Il monopolio della concessione risultò tra i maggiori ostacoli allo sviluppo della Transgiordania, l’attuale regno di Giordania (gli impianti idroelettrici costruiti grazie alla concessione andarono poi distrutti durante la guerra arabo-israeliana del 1948-1949).

Nel periodo mandatario e soprattutto negli anni Trenta, gli arabi e gli ebrei elaborarono unilateralmente piani idraulici per l’uso delle acque del Giordano; nel 1937 la Commissione britannica Peel, proponendo una divisione territoriale della Palestina in due Stati, arabo ed ebraico, propose un’indagine sulle risorse idriche della regione per accertarne le potenzialità. Il progetto, che fallì per ragioni politiche, delineava una politica idrica che andasse incontro agli interessi delle diverse comunità: mentre gli ebrei avrebbero dovuto privilegiare l’uso extra-bacinale delle acque, prelevandone la maggiore quantità possibile dal bacino del Giordano per irrigare terre poste al di fuori di esso (le fertili pianure costiere e il sud), gli arabi avrebbe dovuto concentrarsi sull’uso intrabacinale, per lo sviluppo della vallata del Giordano. Dopo il rifiuto da parte degli arabi del piano di spartizione della Palestina proposto dall’Onu (1947), la contesa sulla terra e sulle risorse idriche si acuì con la proclamazione dello Stato di Israele (1948), che da quel momento divenne l’epicentro delle conflittualità regionali.

Sconfitta la coalizione araba nella guerra del 1948-1949, gli accordi di armistizio permisero ad Israele di accrescere il suo territorio, incorporando importanti corpi idrici fra i quali il fiume Dan, i laghi di Huleh e di Tiberiade, mentre la Cisgiordania, regione montuosa ricca di acque sotterranee, venne assegnata alla Giordania.

Negli anni Cinquanta, per contrastare la possibile ingerenza sovietica nella regione mediorientale, strategica anche per i giacimenti petroliferi, gli Stati Uniti puntarono a una strategia di sviluppo economico basata sulla ripartizione equa ed ottimale delle risorse idriche tra Israele e gli Stati arabi corivieraschi del Giordano. Gli usa miravano così a favorire la crescita dei paesi economicamente più depressi, attenuandone l’instabilità politica, e a ridurre la conflittualità fra Israele e gli Stati arabi. La cooperazione idrica fra gli Stati venne promossa dal presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower, che affidò all’ambasciatore Eric Johnston il compito di proporre agli Stati rivieraschi del Giordano un piano per l’utilizzo delle acque del bacino che tenesse conto dei progetti proposti dagli arabi e dagli ebrei nel periodo mandatario e degli interventi idraulici realizzati dopo la guerra del 1948-1949. Il fallimento politico della “missione Johnston”, osteggiata soprattutto dalla Siria, l’insorgere del deficit idrico e infine la guerra del 1967, che permise ad Israele di occupare ulteriori territori, strategici soprattutto per le falde sotterranee, portarono al controllo di Israele sulla maggior parte delle risorse idriche della regione, al graduale ritiro di Siria e Libano, sufficientemente dotati di acqua, dalla contesa idrica con Israele e all’inizio di faticosi negoziati tra Israele e Giordania, sfociati nel trattato di pace del 1994.

Pertanto l’acqua continua oggi a rappresentare un fattore di contesa soprattutto tra Israele e i palestinesi che, dopo oltre quindici anni dall’inizio del processo di pace, non hanno ancora ottenuto la piena sovranità sulle risorse naturali dei loro territori, dove peraltro si manifestano oggi gravi tensioni tra le due principali organizzazioni palestinesi, il Fatah, che si riconosce nel presidente dell’Autorità Ppalestinese Abu Mazen, e gli integralisti di Hamas che dal giugno 2007 hanno preso il controllo della striscia di Gaza e messo sotto assedio (agosto 2008) le roccaforti di Fatah. Nella Cconferenza di pace sul Medio Oriente, promossa ad Annapolis dal presidente americano Bush nel novembre 2007 e alla quale ha partecipato anche la Siria, il premier israeliano Olmert e Abu Mazen si sono impegnati ad affrontare le questioni storiche ancora irrisolte: i confini, lo status di Gerusalemme, il problema dei rifugiati palestinesi, la sicurezza e anche la questione dell’acqua, per raggiungere un accordo di pace entro il 2008. All’inizio del 2008, tuttavia, questo percorso ha subìto un brusco arresto dopo il lancio di missili dalla striscia di Gaza verso Israele e la risposta militare dell’esercito israeliano contro i miliziani di Hamas.

Recentemente si è aperto qualche nuovo spiraglio per la cooperazione idrica nella regione. In particolare, Israele ha proposto la costruzione di un impianto sulla costa mediterranea per rifornire i villaggi della Cisgiordania, chiedendo però di continuare a prelevarne l’acqua sotterranea. Grazie all’applicazione delle moderne tecnologie, Israele è divenuto uno dei paesi più efficienti al mondo nell’uso delle risorse idriche: nell’ultimo decennio è riuscito ad incrementarne di circa il 25% la disponibilità con fonti “non convenzionali” (riuso dei reflui e desalinizzazione). Il progetto israeliano sta incontrando però forti resistenze. Parte dell’opinione pubblica israeliana teme che l’incremento di acqua desalinizzata possa rendere meno giustificato il controllo di Israele sulla Cisgiordania. I palestinesi, dal canto loro, sono contrari a rinunciare ai loro diritti idrici per progetti che parrebbero renderli ancor più dipendenti da Israele.

In conclusione, soluzioni tecniche allo spinoso problema delle risorse idriche appaiono possibili, ma le si potranno realizzare solo se israeliani e palestinesi, superando le spaccature createsi in sessant’anni di conflitto, riusciranno a raggiungere un accordo politico complessivo che ne consenta la coesistenza pacifica.